#TBT: diapositive di Superlega 2017/18

Prima di partire con la nuova stagione vi proponiamo alcuni lampi della Superlega 2017/18, giusto per ricordarci da dove veniamo e fino a dove possiamo arrivare.

Modena: scelta di Radostin Stoytchev molto discussa, agli albori della partnership si vedono in giro solo foto di grandi sorrisoni, tutti amici per la vita fino a Natale, momento in cui si rischia già che avanzino due panettoni.

Perugia: per effetto della vintage mania Ivan Zaytsev rilancia la vecchia moda dei trasferelli e si vola tornando tutti bambini.

Milano: Andrea Giani in camicia e pantaloni eleganti che riscalda il libero prima delle partite.
Altro?

Latina: scoppia la polemica sui bagni del palazzetto e sulle casse acustiche, si sarebbe potuta evitare noleggiando il palazzetto a Richard Ginori per il rilancio del brand.
Con furgone Amplifon fuori per un controllo gratuito dell’udito.

Vibo: grossi problemi con le lingue straniere, Pieter Verhees perde una “e” e acquista una “s”. Probabilmente stavano giocando alla Ruota della Fortuna e non avevano soldi per comprare una vocale.

Milano: foto virale di Andrea Giani con il gatto del palazzetto di Busto Arsizio in braccio.
Altro?

Sora: noi diciamo basta al cibo spazzatura e mettiamo un bel furgoncino del fruttivendolo di piazza della repubblica dentro il palazzetto con Fruttina e verdura bio. SimoGian approved.

Trento: girandola di bande e opposti in campo, Accademia della Crusca a gamba tesa in curva.

Verona: Mitar Djuric fuori tutta la stagione. Il loro social media manager MVP indiscusso della stagione.

Civitanova: se avete ancora il biglietto della Supercoppa 2018, non buttatelo: vi servirà come pass gratuito per una visita guidata al museo dei trofei di Osmany Juantorena. Il ricavato sarà devoluto a Beppe Cormio per l’acquisto di un paio di occhiali nuovi.

Ravenna: per stare sempre sul pezzo, con lo stesso biglietto potete accedere anche un corso di balli di gruppo con il ritorno momentaneo nella terra del Mosaico del Maestro Santi Orduna, con tanto di saggio in piazza e annessa sfilata della coppa vinta in Challenge Cup.

Milano: video virale di Andrea Giani che schianta un primo tempo nei 4 metri.
Altro?

Monza: Tanti giovani nuovi, stranieri, con cognomi che sembrano più un codice fiscale. Praticamente l’incubo di Maury.

Castellana Grotte: direttamente dal museo Pompidou, Matteo Paris ripropone le famose opere esposte scolpendo i suoi capelli a ogni partita. Considerato il suo cognome non poteva andare diversamente.

Padova: nonostante il 53 di piede, Gabriele Nelli non fa mai invasione al servizio. Stoico.

Piacenza: anche senza i “vecchi” Samuele Papi e Hristo Zlatanov, il resto della squadra vicino al pensionamento ha battezzato il titolo di MVP vinto dal piccolo Ludovico Giuliani condannandolo a un taglio di capelli da toelettatore pazzo di barboncini.

Modena: a proposito di (Barba e) Capelli.
Amici amici e poi ti rubano la bici.

Buon campionato a tutti.

Antipasto di SuperLega

Questo weekend a Perugia, nel PalaBarton tirato a lucido con una nuova curva mobile (questa volta meccanica, non come la vecchia San Marco che andava smontata a mani nude per far posto a Emma&Gianni) e il taraflex tricolore, è andato in scena il primo trofeo della stagione: la Del Monte Supercoppa. Da quando si è passati alla formula della Final4, è la prima occasione per vedere i nuovi assetti delle quattro squadre che negli ultimi anni si sono giocate i playoff scudetto e l’apertura ufficiale agli sfottò fra le tifoserie.

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Dalla pagina Pallavolo Modena

Facciamo una piccola analisi team per team.

Sir Safety Perugia: è stata un po’ la delusione perché veniva dal triplete, giocava in casa e ha fatto il più grosso colpo di mercato, portando Wilfredo Leon nel nostro campionato. Delusione soprattutto per tifosi e presidente. Anche se in due partite ha raccolto solo un set, la partita con Trento è stata, a nostro avviso, quella più bella di tutto il torneo. I problemi maggiori si sono riscontrati nell’assetto in ricezione, ma è normale visto che i ragazzi a causa dei mondiali appena svoltisi, hanno fatto solo pochissimi allenamenti insieme. Luciano è parso subito in palla sia con Ricci che con Galassi, ancora lontana invece l’intesa con Leon: ma, per quel paio di pipe col perfetto timing viste nella finalina, quando arriverà saranno gioie per i Sirmaniaci e dolori per la linea difensiva degli avversari. In compenso il cubano-polacco ha sdoganato un nuovo 127 km/h in battuta: amici, abbiamo visto tante partite live, ma Wilfredo al servizio la prende talmente alta che arriva in faccia con un angolo tale che è quasi impossibile tenerla. Caschi per tutti!

Cucine Lube Civitanova: delle quattro è quella che non ha giocato con la formazione tipo. Con Sokolov ancora fuori dopo l’intervento chirurgico che gli ha fatto saltare anche i mondiali in casa, ha giocato opposto Simon, e Juantorena si è preso un po’ di riposo nella finalina. A nostro avviso però il problema maggiore dei biancorossi è stato Bruno. Lontanissimo dalle prestazioni a cui ci aveva abituato, sta proseguendo il suo momento opaco visto ai mondiali: alzate imprecise, intesa con i compagni in alto mare e poco reattivo in difesa. Che sia proprio questo il motivo che ha spinto la società a cercare D’Hulst a pochi giorni dal via della Superlega? Chissà! Sicuramente il belga ha giocato con una buona qualità. Un altro punto interrogativo è Balaso: lo aspettiamo sulla distanza perché capiamo che è giovane e alla prima esperienza in un grande club, dove non è semplice tirare fuori la personalità con compagni di tale caratura.

Itas Trentino:  la sorpresa più bella di questa Supercoppa! Ha giocato la prima partita a livelli altissimi, con un gioco fluido e un muro-difesa organizzato. Giannelli, assoluto padrone del campo nella sua nuova veste di capitano, ha distribuito il gioco in maniera perfetta. E poi c’è lui, Jenia Grebennikov, che con difese spettacolari ha fatto quasi dimenticare la sobrietà della sua nuova divisa. Sicuramente il suo arrivo a Trento ha dato una boccata d’aria alla seconda linea che nell’ultima stagione aveva sofferto molto, ma resta il problema nelle rotazioni in cui sarà in posto 1, dove Kovacevic, Russell e Van Garderen saranno messi sotto pressione dal servizio avversario: se tengono ci sarà da divertirsi.

Azimut Modena:  ne parlavamo giusto sabato mattina con alcuni addetti ai lavori e tutti eravamo concordi che sarebbe stata Modena quella che avrebbe trovato per prima l’assetto. I meccanismi non sono ancora ben oliati, però si è portata a casa il primo trofeo della stagione grazie a un gioco corale e soprattutto ad un meraviglioso Micah Christenson, premiato giustamente come MVP della manifestazione, che ha dato la sensazione di giocare con questi compagni da una vita ed è stato il vero trascinatore dei gialloblù (ogni riferimento a chi scrive di volley su giornali rosa e blog non è puramente casuale!). Molto bene il giovane polacco Berdnorz, anche se qualcuno dovrà spiegargli che chiedere incitamento ai Sirmaniaci non è una mossa molto astuta.

 

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Non di certo Leon la vera rivelazione del weekend, ma il profilo fake @maulocantoni!

 

Archiviato il primo torneo stagionale, inizia la SuperLega e anche quest’anno La Sorellanza al completo sarà con voi per seguirla insieme. Non sarà la stessa cosa, invece, per i nostri amici del FantaVolley, ai quali auguriamo di tornare presto su questi schermi: le percentuali di merda non possono rimanere fini a loro stesse!

Le luci e le ombre di questo Mondiale

Se qualche settimana fa ci avessero detto che la Polonia avrebbe vinto questi mondiali, avremmo riso così forte da sovrastare la musica di questo weekend al Pala Alpitour. Nonostante l’interruzione della musica corrispondesse con lo stacco dei piedi dei giocatori in battuta, abbiamo apprezzato particolarmente la playlist. Ma cosa vuoi farci? Siamo profonde amanti del trash. A chiunque abbia osato lamentarsi di quei due geni dei dj, ricordiamo il tormento dei bongo. Kubiak è corto, la nostra memoria no.
Vorremmo provare ad essere brevi ma la nostra indole non ce lo permette. Andiamo per punti. Sparsi, perchè è impossibile dare un ordine preciso a questi pensieri.

  • La Polonia. La Polonia, LA POLONIA! Sono passati due giorni e ancora facciamo fatica a metabolizzare. Forse perchè la squadra, nonostante fosse campione del mondo in carica, non partiva come una delle favorite del torneo. Forse perchè pensavamo che altre squadre avessero maggior valori tecnici. Forse perchè, semplicemente, c’era Kurek. Ed invece non possiamo che fare ammenda e congratularci con questi giocatori e questo allenatore, Vital Heynen, che hanno chiuso la prima fase come capolista del girone D, hanno vinto la pool nella seconda fase, si sono classificati primi anche in terza fase, hanno battuto in semifinale gli Stati Uniti in una gara bellissima e hanno schiacciato in tre set il Brasile in finale. Direi che non ci sia bisogno di scrivere altro. Ah no! Bartosz Kurek MVP del torneo, KUREK! Colui che quattro anni fa venne silurato in sede di convocazione e vide i compagni alzare la coppa dal divano di casa, per quasi un decennio oggetto misterioso del pianeta volley se ce n’è uno. Impronosticabile.
  • Gazzetta e Federazione. Gli errori sono naturalmente ammissibili, nessuno è perfetto. Anche noi, orfane e seguaci di Andrea Giani, eravamo convinte ci fosse la Germania a questi mondiali. Ma che la testata giornalistica di punta del nostro movimento (non nuova a questo tipo di errori) pubblichi su Instagram i complimenti alla Polonia per la sua seconda Coppa del Mondo consecutiva mettendo la foto della nazionale statunitense (che la finale non l’ha neanche giocata) non è giustificabile. Va detto che probabilmente avrebbero sbagliato pure la foto sulla carta stampata ma, onde evitare errori, hanno deciso di non scrivere neanche una parola sull’edizione del lunedì post-torneo. Nozione di demerito anche alla Federvolley che su Twitter pubblica il video dell’intervista di Bartosz Kurek, MVP del torneo, scambiandolo per Michal Kubiak e, beh, ce ne vuole per confondere i due giocatori.
  • L’organizzazione. Discreta. Se la pensiamo in generale non possiamo che dargli almeno la sufficienza. Abbiamo seguito con entusiasmo questo mondiale a Bari e a Bologna senza rilevare particolari “pecche organizzative”. Ma il vero baratro è stata Torino. Capiamo che non sia sicuramente un evento facile da gestire ma se io dopo finalina, finale ed un discreto numero di birre mi alzo per andare in bagno e torno a premiazione iniziata non mi puoi bloccare e dire che non posso tornare al mio posto perché “l’evento è finito”, altrimenti inizio ad imprecare come Julio Velasco contro la Polonia. Altra insufficienza la diamo alla premiazione. Inguardabile. Non troviamo altre parole. Non abbiamo per nulla apprezzato l’utilizzo della scalinata come se fossimo a “Donna sotto le stelle” al contrario, visto che i giocatori erano costretti a salire le scale per poi essere risucchiati nel retroscena. Ultima cosa (poi giuro cambiamo punto). Programmare la prima partita alle 17 e la seconda alle 21.15 implicava che i presenti stessero all’interno del palazzetto almeno 7 ore. Ma proprio chiusi all’interno. Non era possibile superare il recinto esterno del Pala Alpitour, se uscivi non potevi più rientrare. Quindi oltre ai 130€ di biglietti per semifinali e finali bisognava considerare anche un mezzo mutuo per acqua (2€) e birra (5/6€). #ridimensionatevi
  • L’Italia. Siamo partiti carichi, questo è indiscutibile. Ma alla prima partita importante ci siamo auto-cancellati. Nella prima fase a Firenze l’unico match con un minimo di appeal è stato Italia-Argentina, vinto dalla nostra nazionale ai vantaggi nel quarto set con un ace di Baranowicz. E direi che non dobbiamo aggiungere altro. Nella seconda fase, a Milano, l’Italia è stata accoppiata con Finlandia, Olanda ed una delle favorite per il titolo, la Russia. Non sentiamo il bisogno di sottolineare che quello con i russi era l’unico match rilevante in termini di competitività. La contesa è stata vinta dalla nazionale russa al tie break, ma a carte ferme per l’Italia, in quanto la nostra nazionale era già qualificata per la terza fase mentre i russi avevano bisogno di una vittoria per arrivare a Torino. Ma ora arriviamo al punto dolente, la terza fase appunto. Quando sono stati sorteggiati i due gironcini abbiamo tirato TUTTI un sospiro di sollievo. Serbia e Polonia sulla carta erano le due formazioni con cui l’Italia poteva tranquillamente giocarsela, sicuramente era importante aver evitato Brasile e USA. Ci aspettavamo tutti che l’Italia avrebbe giocato le due partite mercoledì e giovedì perchè, si sa, nei gironi a tre il tutto viene deciso tra la prima e la seconda giornata. Forse è per questo che siamo rimasti un po’ sorpresi quando è uscito il calendario con Italia-Serbia programmata per il mercoledì e Italia-Polonia per il venerdì. Ma il giovedì su Rai2 c’è Pechino Express e allora alziamo le mani. Il match contro la Serbia è stato uno schiaffo in faccia a due mani. 15-25, 20-25, 18-25. E per l’Italia il Mondiale è finito nel preciso istante in cui gli uomini di Grbic hanno messo a terra l’ultimo pallone. Il giorno successivo la Polonia si è imposta sulla Serbia 3-0 con parziali alti in tutti i set ed una prestazione che ha iniziato a far venire qualche dubbio a tutti quelli che deridevano Kurek e compagni fino al giorno prima. Venerdì sera ci siamo messe davanti alla tv col nostro birrozzo ed una sola ed unica missione: l’Italia avrebbe dovuto vincere 3-0 concedendo meno di 59 punti ai polacchi. Gli azzurri hanno perso il primo set 14-25. Fine.
  • Il biscotto e la formula. La questione è più semplice di quanto sembri. Se stai combattendo per il gradino più alto del podio, devi giocare tutte le gare come se fossero la finale. Non devi permettere alle altre formazioni di fare i conti per te. Quando si sbaglia la prima partita fondamentale del torneo non si può gridare al biscotto, come un Earvin Ngapeth qualsiasi a Rio. Riguardo alle accuse di un personaggio ben conosciuto negli ambienti trash che avrebbe rinfacciato ai giocatori serbi di dover portare rispetto alla nazionale italiana, in quanto molti di loro vengono stipendiati da anni dai nostri club, preferiamo non esprimerci perché supera qualsiasi livello di assurdità. La questione sulla formula è altrettanto semplice: fa merda! Speriamo vivamente di non doverci più confrontare con una formula del genere perchè non abbiamo ancora terminato di fare i conti al termine della seconda fase.
  • La Rai. Non è la prima volta che facciamo “polemica” (eh!) riguardo al palinsesto Rai (EH!). Ma questa volta non vogliamo porre l’attenzione sulla scelta di aver mostrato  in diretta il girone di Firenze e quello BOMBA di Bari in differita in nottata, né faremo notare il basso livello del “salottino” condotto da Rolandi e Mastrangelo. Vogliamo utilizzare le ultime righe di questo pezzo per commentare, con parole nostre, le dichiarazioni di quella che purtroppo viene considerata come la prima voce Rai durante la “finalina” USA-Serbia. In sostanza, è stato dichiarato che il pubblico femminile tifasse USA solo per il bel faccino di Matt Anderson. Caro Maurizio, per quanto poco ci stupisca la pochezza di questa dichiarazione, vorremmo solo dire che il bel faccino ha una tecnica ed un’eleganza nei movimenti unica al mondo, e che sempre il bel faccino è stato premiato come miglior opposto del torneo (che è solo l’ultimo dei tanti premi individuali che ha ricevuto nella sua carriera). Che è sbagliato generalizzare, che lo sappiamo che Nelli porta un 53 di piede e che Micah si pronuncia “Maica” e non “Mika”. Quante cose vorremmo dirti, quante.

Questi sono, per noi, i punti salienti di questo Mondiale. Che per noi non è stato un Mondiale come gli altri. E’ stato il primo Mondiale come Sorellanza, il mio Mondiale seguito in maniera così approfondita perché organizzato in Italia (e Bulgaria). Questo ci ha permesso di organizzare trasferte, rivedere amici e conoscere altri appassionati.

Ma il famoso detto dice: morto un torneo se ne fa un altro! Ci risentiamo presto su questi canali per la presentazione della Supercoppa!

La Sorellanza

Photo Credits: @guilhermectx

Mondiale in Cornice: epilogo

Nelle puntate precedenti…

CROSSROAD

Italia – Wishlist (Yield, 1998)


Ho recentemente incoronato
Yield come mio album preferito da macchina, specie quando mi trovo in un determinato punto dell’Adriatica, appena fuori Ancona Nord. C’è un tratto in cui purtroppo non c’è spazio per fermarsi, un panorama che mostra il porto, tra le colline. Ultimamente percorro quel tratto molto spesso e se sto suonando Yield faccio abbastanza pace con il mondo.

Non ricordo la fonte (perdonatemi), ma qualcuno scrisse che Yield è un grande disco da viaggio in auto. Sono sostanzialmente d’accordo e aggiungo che Yield è un grande disco da viaggio con un tocco di epicità; quella dei crescendo di Faithfull, Given To Fly, In Hiding, che ascoltate in velocità donano un certo senso di liberazione interiore e il pensiero che, in fondo, le cose non vanno poi così male, in generale.

Yield ha anche un certo legame di fondo con l’Italia. Due anni prima della pubblicazione del disco, Vedder rimase così alienato dal traffico di Roma da scriverci MFC, ma fu ancora più scioccato dallo scoprire un libro di traduzioni dei suoi testi che rispondeva malissimo al loro significato reale (spero per decenza che nessuno in seguito gli abbia riportato il modo in cui venne presentato nelle sale cinematografiche The Eternal Sunshine Of The Spotless Mind… scusaci Ed, siamo notoriamente dei cazzoni). Il tutto è raccontato in una bella intervista a Fausto Casara, che trovate qui.
Vedder decise dunque di fare le cose per bene e nel booklet dell’edizione italiana di Yield venne aggiunto un inserto con la traduzione fedele delle liriche, avallata dallo stesso cantante con un messaggio.

Comunque, in mezzo al disco si pianta una ballad semplice semplice ma discretamente famosa (l’avrete sicuramente sentita in radio). Ora, immaginate che vi si presenti alla porta uno con lo sguardo e la voce di Ed Vedder e decida di cantarvi questo:


Roba da vestirsi di bianco virginale e in tre nanosecondi scarsi presentarsi all’altare, farci quindici figli e andare a vivere in riva al mare scrutando l’orizzonte sulle note di un ukulele.

Wishlist è come se fosse una promessa matrimoniale e, nello stesso tempo, l’interpretazione di un desiderio ad ampio raggio.

Vorrei essere la testimonianza
Vorrei essere il terreno
Per cinquanta milioni di mani sollevate e rivolte al cielo

Vorrei essere il verbo “fidarsi”
E non deluderti mai

La promessa che l’Italia di Blengini vuole provare a concretizzare sul palco italico di questi Mondiali non credo necessiti di alcuna spiegazione. Per chi vi scrive, e non penso di essere la sola, l’Italvolley rappresenta qualcosa in più di un semplice sfogo da furore patriottico: è stata il mio spirito guida da bambina, ha resistito all’addio della Generazione di Fenomeni costruendo con il lavoro un suo posto nell’élite nonostante l’emorragia di talento, mi ha fatto solennemente imprecare e smodatamente esultare e mi ha provocato quei sei/sette infarti nella splendida Olimpiade di Rio, prima di quella stramaledetta finale.

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Non ce lo siamo mica scordato, il Principino – Photo Credit: Sportfair.it

Chicco, del tutto giustamente, ha scelto di mantenere un profilo basso, mentre il rientrante Osmany Juantorena, nel bagno di umiltà generale, ha deliziato la nostra estate vestendo una maglietta con la sua faccia stampata sopra. Considerato che non è difficile ritenere la sua presenza determinante, la cosa ha involontariamente gonfiato la promessa di aspettative di gloria (Osmany pallavolisticamente è molto simile a un semidio, ma ha disconosciuto fin da piccolo il significato dell’“anche meno”).
Al di là dell’esibizione dell’ego, la decisione di viaggiare sotto traccia nelle tappe di avvicinamento a un Mondiale organizzato in casa è agonisticamente corretta, specie per una squadra che da anni alterna stagioni vivissime ad altre interlocutorie (con tanto di scazzi assortiti). In sostanza, questi mesi di preparazione sono stati un po’ il Single Video Theory della nazionale italiana, pervasi dunque da una certa normalità di fondo e da un’atmosfera discreta, ma moderatamente positiva. 

Il talento dell’Italia non è debordante come nell’ultimo decennio d’oro del XX Secolo, ma la formazione tipo che si presenta ai nastri di partenza, se in condizione, è oggettivamente competitiva.
Va da sé che se salta anche solo una pedina siamo mediamente fottuti, ma in un torneo così aperto e senza una squadra dominante sulle altre è logico non accontentarsi di fare bella figura. 

Yield, dicevamo, uscì nel 1998, l’anno dell’ultimo Mondiale vinto dall’Italia. Credere nella promessa non costa nulla, alleggerire le spalle dalla pressione che inevitabilmente arriverà, forse un po’ di più. Noi siamo qui, a sperare che questi ragazzi salgano in auto, sparino a volume osceno Faithfull e prendano la direzione giusta per un lungo, bellissimo viaggio. 

Ed echi che nessuno sente, vanno, vanno, vanno
Siamo fedeli, tutti noi crediamo, tutti noi ci crediamo
Così fedeli, tutti noi crediamo, tutti noi ci crediamo

Buon Mondiale a tutti

Un ringraziamento finale a:

  • PearlJamOnLine.it per testi, traduzioni, video e l’immane archivio sul gruppo che mi sono spulciata in questi mesi
  • Francesco Farabegoli di Bastonate per il Vox Populi sulla crisi d’identità del barbiere di Eddie Vedder, per il già citato listone e per aver scritto la cosa più bella che abbia mai letto su Vitalogy
  • Le amiche e colleghe Ilà, Simò e Rosà che senza batter ciglio mi hanno permesso di scrivere questa cosa mediamente collaterale e sostanzialmente inutile

Mondiale in Cornice: capitolo secondo

Nelle puntate precedenti…


LOST (UNDER)DOGS

Slovenia – Unthought Known (Backspacer, 2009)

All’interno del bruttino Backspacer ad un certo punto sbuca fuori questo pezzo. Arriva al termine dell’unico filotto apprezzabile, quello che va da Just Breathe (valle di lacrime: non ho mai visto così tanta gente piangere come su Just Breathe, giuro) a, appunto, Unthought Known, che parte piano, cresce e deflagra nello stesso momento in cui ti rendi conto che la band che ti ha accompagnata per lunghi tratti della tua esistenza è ancora abbastanza sul pezzo. Terra tornata in asse, disco salvato e si può ricominciare a respirare.

Nel covo della Pool A dell’Italia c’è questa squadra che da un paio di mesi sta viaggiando sotto traccia nella periferia della pallavolo internazionale, ovvero la VNL dei poveri, ovvero la European League. Come si fa a ritenere pericolosa una squadra che si piazza al dodicesimo posto della serie B dei tornei estivi? Si fa, perché spesso – non sempre – i tornei estivi non contano una sega, e perché se diamo uno sguardo a chi ci troveremo di fronte a Firenze è legittimo mettersi in allarme. Ricordiamoci, tra l’altro, che l’Italia dagli sloveni si prese una ripassata non proprio gradevole nella semifinale europea di tre anni fa. Quella Slovenia era allenata da Giani (ora sulla panchina della Germania), ora c’è Boban Kovac (auguri, soprattutto a chi gli sta vicino quando sclera).

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Occhio a questo qui – Photo Credit: WorldOfVolley

Fatte le dovute premesse e posto che non ho la sfera di cristallo, considerata la solidità non sempre granitica dei nostri in ricezione a una squadra che al servizio schiera gente come Stern, Urnaut, Cebulj, Pajenk e Kozamernik, un tantino ci starei attenta. Confido che Blengini abbia imparato la lezione.

Puntiamo un euro sulla sorpresa del torneo? Puntiamo.

Belgio – Red Mosquito (No Code, 1996)

Dovevo trovare un modo per incastrare No Code da qualche parte: se la gioca con Vitalogy, forse perde solo al fotofinish e solo perché Vitalogy, quando lo acquistai, stravolse completamente quella che fino ad allora era la mia percezione del gruppo, che passò dall’essere uno dei tanti a una presenza costante di vita. Diciamo pure che Vitalogy mi ha abbastanza cambiato l’esistenza ma su disco No Code è invecchiato meglio.
Comunque, dovevo trovare un modo per mettere nel calderone Red Mosquito, che personalmente pongo sul podio delle mie preferite all time (anche questa suonata a Padova, arigrazie Eddie manco a farlo apposta) e che guarda un po’ si adatta perfettamente ai diavoli belgi.

Sono stato morso, dev’essere stato il diavolo,
Mi stava solo facendo
Una visitina, per ricordarmi della sua presenza
E per farmi sapere che è in attesa,
che mi sta aspettando, ooh
Se avessi saputo allora quello che so adesso

Il Belgio ci aspetta, anche lui reduce dal purgatorio della European League (presa appena più sul serio degli amici sloveni: sesto posto) e dopo averci sonoramente tranvato nei quarti dello scorso Europeo, in una delle peggiori uscite pubbliche dell’Italia dell’era Blengini.

belgio
Verhees se la ride e ne ha ben donde 

Se solo Chicco lo avesse saputo, che i belgi potessero fare così male… eppure un po’ avrebbe dovuto sospettarlo, perché non parliamo esattamente di una squadra di scappati di casa. A partire da diverse vecchie conoscenze del nostro campionato: Simon Van De Voorde, Pieter Verhees e l’efebico, fascinoso capitano Sam Deroo (già in pole acchiappainquadrature, quota più bassa solo per l’ovvio Matt Anderson). Lineari e classici come questa ballata un po’ Led Zeppelin, un po’ Zio Neil Young. Il background musicale di ognuno di noi è determinante nel decretare i vincitore, ragion per cui non posso che adorarla.

Come spesso gli è capitato in passato, Blengini si è fatto travolgere dalla sottovalutazione di una squadra semplicemente ordinata, dunque perfetta per mettere alle corde la stentorea Italia presentatasi in Polonia lo scorso settembre dopo i tumulti del caso Shoesgate.
Ora che le scarpe sono a posto e gli avversari li conosciamo, evitiamo che le zanzare diventino dragoni.

Argentina – Love Boat Captain (Riot Act, 2002)


Leggo con dispiacere misto a stupore che Riot Act ha fatto schifo a molti. Ne prendo atto e lo confesso, Vostro Onore.
Riot Act, per me, è un album bellissimo. Che non inventa nulla e non esce dal seminato del background musicale della band, ma ammetto che i Pearl Jam in versione incazzata nera sono da sempre i miei preferiti, e in Riot Act sono incazzati neri. Con l’umanità, con Bush, con il fato, sono incazzati come possono esserlo dei quasi quarantenni nel post-Roskilde (dunque con dinamiche ovviamente diverse rispetto al decennio precedente) e il tutto emerge nel sound corale e struggente del gruppo e nella voce di Eddie mai così profonda e dilaniante. C’è solo una cosa che non ho mai perdonato a questo album, più precisamente allo stesso Vedder: l’inspiegabile scelta di sacrificare la folta chioma a favore di un tappetino vagamente militare, a dimostrazione del fatto che per trasformarsi da “frontman extrabono” a “impiegato ufficio tributi di Riola Sardo” il passo è più breve del previsto. Ma tant’è, era incazzato nero e doveva far incazzare pure noi.*

E’ proprio da Roskilde – ma non solo – che nasce Love Boat Captain. La scrisse Vedder in tandem con Kenneth “Boom” Gaspar, l’organista-turnista ormai diventata presenza fissa nel gruppo, un omone hawaiano fisicamente a metà tra Mansour Bahrami e Frank Lapidus di Lost su cui Ed mise occhi e orecchie mentre suonava l’organo a una veglia funebre. Anche Love Boat Captain fa schifo a molti, diciamo che per molti è la canzone del disco che fa più schifo. Ne (ri)prendo atto e mi espongo dicendo che, se non è la migliore, rientra nella lista dei primi sei pezzi dell’album che mi fanno volare molto (tipo, a me fa impazzire Cropduster, forse perché ho un feticismo irrisolto per i mid-tempo) e che si agganciano alla tripletta finale 1/2 Full – Arc – All Or None . Non so se mi piace vincere facile e nella giungla del gusto è tutto relativo, ma per un Riot Act 2.0 in uscita nel 2019, pure disinnescato e meno tragico, metterei la firma.

luciano
❤ – Photo Credit: Volley News

Perché l’Argentina? Perché probabilmente non vincerà il Mondiale (ha troppe frecce spuntate nel suo arco d’attacco), ma ha due capitani che rappresentano l’amore per la pallavolo più di qualsiasi altra squadra in ballo. Perché un eventuale capitano dell’amore potrei immaginarmelo come quello in campo, l’Artista e regista illuminato Luciano De Cecco, aka il miglior palleggiatore del mondo. Ma soprattutto come quello in panchina, l’eterno Julio Velasco, uno che due cosette in vita sua le ha insegnate e continua ad insegnarle.

Come la traccia 3 di Riot Act, non vincerà il premio della più forte, ma è ugualmente necessaria.

*appena formulato il pensiero sui capelli, nelle mie scorribande sul web mi sono imbattuta in questo pezzo di Francesco Farabegoli su Bastonate, a ulteriore prova del fatto che Eddie in chioma corta faceva già schifo a tutti da tempo e che quando ti viene un’idea carina c’è sempre qualcuno che l’ha scritta meglio di te. Leggetelo questo listone, è splendido e divertentissimo.

Iran – Dissident (Vs., 1993)


Un dissidente è qui e risponde al nome di Saeid Marouf.
Nel caso dell’Iran di Igor Kolakovic non c’entrano aspetti sociopolitici, almeno non conosciamo vicende strettamente legate al soggetto (conosciamo bene, purtroppo, l’eterna assurdità delle donne iraniane interdette dai palazzetti del loro paese). La dissidenza del palleggiatore neo acquisto di Siena sta tutta nella sua estrosa idea di pallavolo che mal si sposa con il concetto tatticamente lineare di tutto il resto della squadra; insomma, parliamo di uno che per dieci minuti a partita decide di giocare come un semidio e tu sei lì che ti chiedi dove stracazzo sia stato per tutto questo tempo.
Ecco, il problema sta tutto nella durata: un set se va di lusso. Il corto circuito sotto la folta criniera di Marouf è sempre dietro l’angolo e chi lo conosce ne è ampiamente consapevole, così si gode quel briciolo di folle bellezza che il nostro dispensa ogni tanto.

 

marouf
Non so onestamente cosa stesse tentando di fare – Photo Credit: FIVB

Il resto dell‘Iran non ha talento quanto Marouf e si poggia su una linearità semplice semplice, forte di peso e centimetri, che lui pare sadicamente divertirsi a scardinate. In ogni caso, se vi capita e se amate il ruolo, andate a vederlo. Vale comunque la pena.

Tra parentesi, per la centordicesima volta gli iraniani si troveranno accozzati agli amiconi della Polonia nel girone preliminare, nella fattispecie la Pool D di Varna, che si preannuncia raggruppamento ad altissimo potenziale botte. Qui si spera tutti che finalmente la questione si risolva, ché passare da Dissident a Blood è un attimo (qui il riassunto delle puntate precedenti).

The Unpredictables – Footsteps (“Jeremy” single, 1992)

In fondo quando stiliamo liste siamo tutti un po’ Nick Hornby, poi spesso ci perdiamo dei pezzi. Capita, è il bello delle liste.

Da amante del gruppo ho questo tarlo idiota nel cervello che continua a ritenere uno scempio l’esclusione di Footsteps da Ten. Primo, perché trattasi della chiusura della trilogia Momma-Son e doveva starci per pura questione di coerenza; secondo, perché a distanza di 27 anni ho questo sogno di prendere Ten e rivoltarlo come un calzino, cambiare l’ordine dei pezzi e strutturarlo come un’opera rock basata proprio sui temi di Momma-Son. Terzo, perché Footsteps è bellissima in ogni sua forma e da amante sì del gruppo, ma con andamento a elastico in quasi vent’anni che ci conosciamo, l’ho scoperta molto tardi e quasi per caso.
Sì, sono un’idiota.

Tutto questo per arrivare a dire che puoi fare tutte le supposizioni che vuoi sulla potenziale sorpresa del torneo, poi dal nulla sbuca una Spagna 2007 o una Cuba 2010 sostanzialmente impronosticabile che fa saltare il banco e pace alla nostra vena di pseudo-intenditori. Da qui al 30 settembre potrebbe pure succedere; non saprei onestamente pescarne una al di fuori di quelle già citate, ma se è vero che la condizione del momento è decisiva, chissà.

E allora, alle inaspettate, dedichiamola ‘sta Footsteps. Lasciamo che saltino fuori queste sorprese per le quali tifare, fosse per simpatia, spirito di rivalsa, bel gioco o chissà che altro. Le accoglieremo con piacere.

••• CONTINUA •••

Mondiale in Cornice: Capitolo Primo

Scrivo questa piccola saga in totale consapevolezza del puro piacere personale che ne trarrò e con l’intento, spero non vano, che due mondi possano conoscersi almeno un po’.

La scrivo perché unisce due passioni in me vivissime e salvifiche.

La scrivo perché i Pearl Jam sono diventati involontari protagonisti, durante l’estate, di una delle querelle social più grottesche di sempre (con Rita Pavone, che salutiamo); soprattutto, mi hanno fatto compagnia nel mio girovagare in auto, ogni viaggio un album diverso alla riscoperta di pezzi bellissimi che non ricordavo, altri meno belli che forse era meglio non ricordare (per fortuna pochi, rispetto al totale), altri ancora che non mi ero mai filata più di tanto e ora “sticazzi che meraviglia”.

La scrivo perché sono atea, ma in Eddie Vedder tutto sommato credo, un po’ come credi all’amico di una vita che ti rapisce nei – e dai – momenti bui, forse perché, citando Pete Townshend, “lui può sopportarlo“. Pare che al nostro piccolo grande surfer questa cosa capiti da sempre e attraverso più generazioni. 

Avvertenze: NON è una classifica, quindi pochi sgomitamenti sul perché o per come. Trattasi di puro divertissement nell’associare, ad ognuna delle formazioni potenzialmente significative del torneo, una canzone, nella speranza che chi apprezza uno dei mondi possa in qualche modo approcciarsi all’altro. Non è nemmeno un riassunto dei miei pezzi preferiti del gruppo, anzi, del mio virtuale podio ce n’è solo uno, anche perché i Pearl Jam, per un certo tipo di ascoltatori, sono una questione privata, una soundtrack della vita che non va svelata in quanto parte di un percorso personale che va di pari passo con loro. Sono altresì convinta che il gruppo vada letto tanto quanto ascoltato, la bibliografia in tal senso è molto vasta e in queste tre puntate troverete alcuni riferimenti. 

Insomma, questa saga è un gioco in gran parte inutile: per un’analisi più puntuale del torneo vi rimando a quanto scritto in precedenza, per una valutazione musicale degna a chi sa farla per davvero.

Spero vi divertiate comunque.

CAPITOLO PRIMO:
6 AGAINST 6

Cominciamo questo crossover sportivo-musicale con le squadre accreditate come favorite, o presunte tali. In rigoroso ordine sparso.

Serbia – Corduroy (Vitalogy, 1994)


L’attesa mi ha fatto impazzire
Finalmente sei qui e io sono conciato da schifo

EH.

Nei primi due versi di Corduroy è concentrata la condizione – attuale e del passato recente – della Serbia di Nikola Grbić, squadra che, lo dico esponendomi senza alcun timore, sta in vetta alla mia personale classifica simpatia da quando ancora si chiamava Jugoslavia, un’Olimpiade la portava a casa e Grbić invece di sedere in panchina stava in campo a dipingere capolavori. Il tempo, ahimè, passa anche per le divinità, sta di fatto che dopo il suo ritiro al quartier generale di Belgrado stanno ancora cercando un regista sufficientemente presentabile. Insomma, in un periodo storico in cui i palleggiatori sono tornati a fare pesantemente la differenza, se vuoi competere per la vittoria in un Mondiale o ti chiami Russia oppure ti serve un direttore d’orchestra di livello. In questo, il bravino Jovović l’ho visto in preoccupante involuzione nell’ultimo anno e mezzo e non in grado di guidare a dovere questa allegra compagnia di smandruppati sbevazzoni appena usciti dal casting di un film di Kusturica.

 

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Le preparazioni estive, quelle belle – Photo credit: Buculjevic official IG Profile


I don’t want to take what you can give
. La Serbia ha un potenziale d’attacco da fare invidia a tutto il mondo tranne, appunto, la Russia. Peccato manchi sempre qualcos’altro: la già citata regia, una ricezione da minimo sindacale, soprattutto la capacità mentale di rimanere in partita per più di un’ora. E’ quella squadra che arriva malissimo alle qualificazioni olimpiche e resta fuori dai Giochi (Rio 2016), salvo poi presentarsi senza pressioni addosso in World League qualche mese dopo e dimostrare che nel novero delle 12, volendo, ci sarebbe comodamente stata. La stessa squadra che un anno dopo ha l’accesso alla finale europea in mano e se la fa fregare. Una canzone rabbiosamente bella che su disco suona sempre troppo lenta.

Russia – Even Flow (Ten, 1991)


Il torneo che sta per cominciare tra Italia e Bulgaria è oggettivamente molto aperto, c’è un discreto mucchietto di formazioni candidate al titolo che potrebbero vincerlo senza far gridare nessuno al miracolo, ma se proprio dobbiamo fare il nome di chi, nell’ultimo anno solare, ha convinto di più, allora diciamo Russia, e iniziamo con una peculiarità che solo i ragazzi di Shlyapnikov hanno, ovvero essere talmente forti da potersi permettere un palleggiatore discreto senza soffrirne le lacune creative.

Questo per due motivi: c’è tanta palla alta di qualità e giocano una pallavolo tatticamente ferma a Gorbaciov, cosa che ha attirato critiche più o meno feroci da parte di un nutrito gruppo di appassionati deciso a derubricare i russi dentro la categoria “brutti e cattivi”. L’analisi è sbagliata, o quantomeno imprecisa: il punto è che per la Russia vale lo stesso discorso che a livello di club si fa con lo Zenit di Kazan, ovvero che non ha bisogno di particolari spunti creativi per buttare giù palla, e se questo da una parte vuole sì dire che ci sono squadre enormemente più belle da vedere giocare, dall’altra non può sminuire il talento individuale di gente come Mikhailov e Volkov, tanto per fare i due nomi attualmente più rappresentativi (per dire, quando a Kliuka non staccano la corrente, avercene di S2 del genere). Evitiamo poi il discorso Muserskij, uno che farebbe paura con la sola presenza ma che di fatto porta un plus enorme al centro della rete anche come alternativa offensiva.

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Photo credit: Volleynews.it

È questo il flusso costante dei russi: è Mikhailov che nella sua completezza giganteggia come un assolo di Mike McCready dietro la schiena. Dmitrij Volkov – nel suo essere la versione pallavolisticamente erudita di Spiridonov – è Vedder che si arrampica su un’impalcatura, il centralone è l’ombra lunga del muro e la rassegnazione di un buco subìto nei tre metri, come la batteria infinita di Matt Cameron in un live di una dozzina di anni fa. Un martellare continuo di pesante esaltazione, come una Even Flow che cresce di intensità, rigorosamente suonata dal vivo.

Brasile – Alive (Ten, 1991)

Va beh. C’è canzone dei Pearl Jam più universalmente iconica di Alive?

Chiunque di voi l’ha sentita, ballata, canticchiata, forse pure schifata (voi siete pazzi) almeno una volta. E come non associarla alla nazionale simbolo degli ultimi sedici anni di pallavolo?

Mostruosamente dominante tra 2002 e 2006, periodo in cui la Selecao faceva un po’ quel che gli pareva (tanto gli altri erano ancora fermi al XX secolo), nel tempo qualche avversario credibile si è affacciato, ma mai con la necessaria continuità per buttarli giù da un ranking FIVB che ormai li vede davanti da cento ere geologiche. Eppure, nonostante generazioni che cambiano, nonostante un paio di ori olimpici entrati dalla porta e usciti dalla finestra (Londra 2012, soprattutto), nonostante a volte sembra siano sul punto di scuoiarsi tra loro e non abbiano tutta ‘sta voglia di impegnarsi, i brasiliani li devi battere sul piano della mentalità, plus che non li ha mai abbandonati nemmeno quando a gente come Nalbert, Giba, Dante Amaral e Murilo è succeduto Lipe (sì, c’è ancora).

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Pensavate, eh? – Photo credit: Oliwia Kedzia

Il Brasile è ancora vivo e in tal senso l’esempio di Rio 2016 è lampante: bruttino (eufemismo) nella fase a gironi, salva reputazione e chiappe all’ultima partita in uno scontro a fuoco con l’altrettanto orribile Francia, il tutto mentre Rezende figlio fatica ad intrecciare trame di gioco lucide e Rezende padre, in panchina, impreca e gesticola ad occhi sgranati generando una quantità di meme tale da riempire gli archivi degli smartphone dell’intero globo terracqueo. Tempo di sbuffare ancora un po’ con l’Argentina nei quarti, arrivati in semifinale i verdeoro sentono l’odore del sangue, mettono la sesta e buonanotte ai suonatori (Italia compresa).

L’assatanato Bernardo ha salutato dopo quasi due decenni e ora sulla sedia più prestigiosa degli anni ‘00-’10 siede Renan Dal Zotto, non certo l’ultimo arrivato ma con il compito non facile di proseguire un ciclo non più così dominante ma che sembra non esaurirsi mai.

A margine, Alive è la trasposizione in musica di parte dell’esistenza di Vedder, precisamente tratta del tempo in cui Eddie di cognome faceva ancora Mueller e scoprì che chi pensava fosse il suo vero padre era, in realtà, il suo patrigno.

Non pensiamo sia il caso di Bruno, ma vai a capire la vita.

 

USA – Thin Air (Binaural, 2000)

Annus Jubileus, non ho ancora 16 anni e il primo disco dei Pearl Jam che compro è Binaural. Che culo.

Il motivo è banalissimo: era appena uscito, ero adolescente e mi ero lasciata irretire da Nothing As It Seems (voto 6 di stima, oggi). Se becchi Binaural come first album della tua vita, con i Pearl Jam o ti va bene bene o ti va male male. Non perché sia brutto (i nostri hanno fatto tanto – molto – meglio quanto peggio, anzi riascoltato dopo anni cose come Rival e soprattutto Parting Ways tendi a rivalutarle… il fatto poi che io sia scoppiata a piangere ascoltando Parting Ways dopo tipo quindici anni è a margine del racconto), quanto perché non è esattamente il manifesto che utilizzerei come primo approccio al gruppo. E poi in queste cose l’età conta, per cui a quasi sedici anni e con alle porte un biennio di totale perdizione per i Nirvana, penso che ad un certo punto con i PJ stesse per andarmi male male. Poi incrociai Thin Air.

Ecco, a me Thin Air piace e non poco, è una ballata così dolce e rarefatta che farei ascoltare a un bimbo per farlo addormentare. Lo stesso bimbo che, qualora da grande volesse giocare a pallavolo, spedirei negli States per imparare a stare in un campo 9×9 e giocare un bagher come si deve (a ben vedere l’unico che non ce l’ha fatta è Aaron Russell, come insegna la nostra sempre attendibile sentenza Simona Bernardini).

Tutto questo per dire che gli USA di John Speraw hanno una propria collocazione nell’ecosistema della FIVB per il solo fatto di ricordarci che a pallavolo sanno giocare estremamente bene, così come Thin Air si pianta in mezzo a Binaural per farlo salire, nella graduatoria della me sedicenne, dal “così così” al “passabile, dai”.

Tolta un’edizione clamorosa dei Giochi in cui distrussero i brasiliani in finale (Pechino 2008) il problema degli USA, molto spesso, è lo schema da gatti in tangenziale che adottano in maniera scientifica quando è ora di giocare i punti sopra il 20 nei set decisivi. Ok, tutti si ricordano la serie al servizio di Zaytsev che ci salvò il didietro nel famoso quarto parziale della semifinale di Rio, in pochi sottolinearono come quella serie iniziò con una fossa a muro di Anderson (colpo chiusissimo) e una ciabattata terra aria di uno dei due martelli (scusate, io Russell e Sander li confondo peggio delle gemelle Kessler). Il naufragio dopo un solo break point a metà del quinto e decisivo set la disse poi lunga sullo stato confusionale della squadra e dello stesso Speraw, che con la ricezione in bambola non pensò minimamente a un giro dietro di Priddy (mossa che, guarda un po’, salvò la baracca a stelle e strisce due giorni dopo nella finalina per il bronzo). Beninteso, la partita resta epica e una delle più belle che io abbia mai avuto la fortuna di vedere, ma per onestà intellettuale va detto che, se gli USA partono sempre tra le favorite e non arrivano mai a giocarsi in maniera tangibile il titolo, un motivo forse c’è.

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Quando si dice “cogliere al volo il problema”, by Erik Shoji – Photo credit: NBC Sports

Stati Uniti che in fondo restano sempre una Thin Air, indiscutibilmente belli e rarefatti come un calendario di Matt Anderson, ma senza il graffio e la sofferenza di un’Italia più brutta, sporca e cattiva che finisce nel baratro, si rialza e si fa Better Man.

Francia – Sirens (Lightning Bolt, 2013)

A chiunque è capitato di innamorarsi – magari temporaneamente – di una canzone non troppo spettacolare solo per averla ascoltata incessantemente in un momento in cui aveva un senso farlo. A me è successo con Sirens.

Ora, non voglio tirarmela né fare la passatista a tutti i costi, ma Lightning Bolt, nel suo complesso, lo digerisco peggio di una peperonata a merenda. Giuro che ogni volta ci provo, ma niente, nemmeno se evito di arrivare a Future Days, che ogni volta spero non esista perché troppo brutta per essere vera (in realtà Future Days è una canzone scritta per la reunion dei Backstreet Boys finita accidentalmente in un disco dei Pearl Jam). Tolta Pendulum, che qualcosa mi significa e che Vedder ha ben pensato di inserire come inaspettato opening a Padova (grazie Eddie), a voler esser buona del resto salvo Yellow Moon, Sleeping By Myself – che continuo a preferire in versione solo ukulele – e un po’ Getaway perché come divertissement da stadio tutto sommato suona bene. Disgraziatamente, però, capita che un determinato disco esca in un determinato periodo della tua vita pieno di belle speranze ed ecco che riesci a farti piacere in modo smodato Sirens, nonostante i settecentotrentacinque passaggi radiofonici quotidiani, a cavallo tra 2013 e 2014, rischino di minare nel profondo la tua già precaria obiettività di giudizio.

Sirens a me sembrava bellissima come ogni anno sembra bellissima la Francia in World League, ora Volleyball Nations League (ma sempre la stessa minestra è). Del novero delle favorite è di certo la squadra con meno tradizione, salita prepotentemente alla ribalta della pallavolo che conta giusto da quattro anni a questa parte grazie a una manciata di talenti fuori categoria (Ngapeth, Toniutti, Grebennikov) e un sistema di gioco che, quando approccia bene la situazione, mangia serenamente in testa al resto della compagnia.

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Tonalità tinta: malta cementizia – Photo credit: Margherita Leone

Appunto, l’approccio. Se togliamo la doppietta World League-Europeo del 2015, anno in cui beneficiavano ancora di un certo stupore di fondo, la differenza tra i bleus pre-ferragostani e quelli da alta stagione negli ultimi due anni è stata appena imbarazzante. A Rio esordiscono con i sintomi da sbornia pesante, finiscono piallati dalla versione splendida dell’Italia olimpica e fanno le valigie dopo il girone eliminatorio; il capolavoro vero arriva però agli scorsi Europei polacchi dove, accreditati di vittoria certa con tutte le altre a litigarsi il secondo posto, passano a spinta un girone orrido per poi essere eliminati negli ottavi di finale da quei noti satanassi della Repubblica Ceca. Ngapeth non fa più la differenza, centrali non pervenuti, Toniutti sperduto nel deserto della palla alta, quel sistema micidiale di sviluppo in velocità e sicurezza nei colpi sparito in una manciata di settimane.

La Francia è la Sirens dell’estate pallavolistica. All’inizio è tutto un “cazzo che bella” e te ne convinci fino a quando non ti imbatti di nuovo in una Elderly Woman Behind The Counter In A Small Town a caso che ti riporta finalmente sulla terra.

Che palle Sirens.

Polonia – Rearviewmirror (Vs., 1993)

L’urlo di Vedder che fugge e si lascia alle spalle qualcosa – meglio dire qualcuno – di terrorizzante è, per contrappasso, l’urlo dei polacchi che quel qualcosa invece lo vedono sempre più lontano.

Che dolori per i campioni uscenti della manifestazione.

Lo specchietto retrovisore dei polacchi negli ultimi quattro anni ha visto e sta vedendo allontanarsi:

  • Tre giocatori determinanti nella vittoria casalinga del 2014, che per motivi diversi hanno salutato. Pawel Zagumny per anzianità, Michał Winiarski per fragilità del corpo (è un modo carino per chiamare la sfiga), Mariusz Wlazły per una reflex e qualche vacanza in più;
  • La panchina di Antiga prima, quella di Fefé De Giorgi dopo;
  • La coppa sollevata dal sopra citato Winiarski dopo la finale contro il Brasile

Sì perché, insomma, vi sfido a posizionare realmente tra le favorite questa Polonia, a meno che i geni di Michał Kubiak non si moltiplichino nel sonno e diano vita ad altri sei in grado di formare una squadra seriamente competitiva. Tolto il nano di Wałcz, la qualità dei polacchi non è in grado, almeno sulla carta, di far fronte alle altre super-attrezzate del torneo, a meno che non pensiate che Bartosz Kurek, l’antitesi del “dove lo metti sta”, per una volta possa risolvere un problema (pare che quest’anno sia stato opzionato come centrale, evidentemente da esterno non aveva fatto abbastanza danni). Sì, è tornato Karol Kłos dopo due estati di post ammorbanti su Instagram, piscine e unicorni gonfiabili, ma insomma, seppur bravo non è certo un centro alla Muserskij che sposta gli equilibri.

Aggiungiamoci che in tutto questo casino il comando delle operazioni l’ha preso quel personaggio carico di filosofia zen di Vital Heynen, ed ecco che la Polonia non parte favorita nemmeno per il premio Fair Play.

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Però punto tutto su Heynen nuovo uomo-meme – Photo credit: RMF 24


••• CONTINUA •••

 

Mondiali di Volley 2018: Teaser Trailer

Ben ritrovati amici!

Dopo un lungo periodo di riposo e accurata osservazione La Sorellanza torna sui vostri schermi per presentare il Mondiale di Pallavolo Maschile che Italia e Bulgaria, in condivisione, ospiteranno fino al 30 settembre.

Qui il sito ufficiale della manifestazione.

Qui invece la composizione delle pool e spiegazione della formula (fatevi aiutare da un genitore. O da Fibonacci, se preferite).

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Logo ufficiale della manifestazione

Si comincia domenica 9 con Italia-Giappone, nella suggestiva location del Foro Italico. Non è la prima volta che il volley di casa nostra sperimenta all’aperto, era già successo in due precedenti edizioni di World League e ci aspettiamo tutti – salvo pioggia – una splendida cornice di pubblico calata nella storia della Città Eterna.

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Come si presenta il torneo?
Di sicuro molto aperto. Che per noi è bene e male.

Bene, perché non c’è una squadra-traino modello Brasile anni zero che la fa da padrona, per cui è lecito sperare e credere in diversi potenziali inserimenti in zona podio. Male, perché per una pigliatutto che non c’è abbiamo un bel gruppo di pretendenti che se le daranno di santa ragione per strappare il titolo attualmente in carica alla Polonia.

L’Italia si posiziona esattamente a metà del guado, tra la consapevolezza della pressione che deriva dall’essere padrona di casa e la giusta dose di ambizione di un team che, esclusi malaugurati incidenti di percorso, non può non essere annoverato tra i più forti della manifestazione. Il rientro di Osmany Juantorena dopo un anno sabbatico come al solito porta la somma del bagaglio tecnico degli azzurri su un altro piano, come è ovvio per una squadra che in banda non ha tantissime alternative. La formazione titolare dovrebbe essere praticamente certa, con l’unico, possibile dubbio Cester-Mazzone in diagonale con l’inamovibile Anzani. Fatta questa premessa e posto che in campo non ci vanno né ologrammi né figurine, se a qualcuno dei sei più uno parte uno starnuto chiamate subito il 118. Così, per precauzione.

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Il ritorno de “l’hombre”

A detta di molti, tra cui noi e Massimo Colaci (quest’ultimo voce sicuramente più autorevole), la squadra che parte con un leggero favore del pronostico è la Russia di Sergey Shlyapnikov, dominatrice dell’ultimo Europeo e della VNL estiva.

In attesa di conoscere la lista definitiva dei convocati, sappiamo al momento che Egor Kliuka ha un problemino fisico che gli ha imposto il riposo dal recente Memorial Wagner, per la cronaca vinto dai padroni di casa polacchi. L’eventuale assenza dalla competizione iridata non andrebbe presa tanto alla leggera: è vero che i russi sugli esterni trovano sempre risorse enormi, ma nel caso la condizione di Berezhko fosse ancora un punto di domanda (è nel listone allargato, ha un po’ giochicchiato settimana scorsa, ma resta un elemento a forte rischio crack) la questione rischierebbe di farsi complicata.

Se Kliuka recupera e Berezhko viene confermato, abbiamo davanti la Russia degli Europei 2017 con un Grankin in meno e un Muserskij in più; considerando la loro forma mentis tattica è solo un guadagno.

Parlare dei problemini dei russi ci fornisce l’assist per aprire la conta dei feriti e in tal senso chi paga pesantemente dazio è il Brasile di Renan Dal Zotto, che dopo Mauricio Borges perde ufficialmente Ricardo Lucarelli. Il primo era già fuori gioco per il ginocchio, il secondo non ha di fatto recuperato dall’intervento al tendine d’Achille dello scorso autunno. Va da sè che a fare da traino alla diagonale di posto 4 dei verdeoro è ancora una volta Lipe, incubo ricorrente degli azzurri dalla finale olimpica di due anni fa e spaventevole al pari di una cartella di Equitalia.

Diciamocelo, sulla carta tutta ‘sta fifa questo Brasile non la mette, ma da quel che ne sappiamo le uniche occasioni di discesa in campo della carta risalgono a quando i nostri bisnonni non avevano la toilette e si portavano il rotolo sotto braccio, che è un modo carino per dire che quel che conta è sempre la condizione del momento e la testa con cui quel momento lo si affronta. In questo, il Brasile primeggia da quasi due decenni.

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Ci vuole calma e sangue freddo.

Compagna della Bruninho band nella Pool B di Ruse è la Francia di Laurent Tillie e pure qui ci tocca riaprire le cartelle cliniche. Earvin Ngapeth ha un problemino agli addominali e si vocifera uno stop che lo terrebbe lontano dalla baruffa per tutta la prima fase del Mondiale. Sembra dunque che la baracca, almeno per i primi giorni, venga affidata al duo Tillie Jr. – Lyneel, certo non due sprovveduti, ma chiamati a sostituire l’ingombrante presenza (non ridete, vi vediamo) del neo acquisto di Kazan. Inamovibili Toniutti e Grebennikov, collaudata la coppia centrale Le Roux – Le Goff, il giovane Boyer sarà chiamato alla solita legna in posto 2 e a una presa di responsabilità nel catalizzare la stragrande maggioranza della palla alta dei bleus. Gli ultimi approcci dei francesi ai tornei clou dell’anno non sono stati esattamente memorabili e in lontananza si percepisce ancora l’eco del tonfo degli scorsi Europei; mancanza di mentalità o di umiltà, un torneo continentale vinto non fa primavera e stupisce che una squadra qualitativamente così valida non abbia ancora trovato la chiave per confermarsi favorita al di là dei propri sogni.

Bella, bellissima la Pool C a Bari. Oltre alla già citata Russia troveremo infatti Serbia e Usa, altre due che come l’Italia provano timidamente a sognare un posto in paradiso, nonostante qualche lacuna tattica e mentale che finora le hanno sempre limitate rispetto al potenziale. La prima fase, intanto, ci dirà se Nikola Grbic giocherà ancora a nascondino con Atanasijevic: tutto lascerebbe pensare che l’ultima stagione dell’opposto di Perugia, decisamente più matura al di là dei trofei vinti, abbia allontanato qualsiasi dubbio sul suo impiego in pianta stabile. E’ però vero che l’ex regal palleggio di Zrenjanin non disdegna coloro che gli garantiscono i dovuti equilibri tattici nell’ingranaggio generale, così come non escludiamo che la competizione – spesso persa – con il pari ruolo Luburic abbia spinto Bata a cercare, trovandole, nuove prospettive di crescita. In realtà i nodi principali da sciogliere per gli slavi sono due: la precarietà della ricezione e la vena fatalmente naif del suo alzatore. Per la prima servono Ivovic e almeno uno dei due liberi al meglio (Kovacevic va ovviamente coperto e non lo contiamo), sulla seconda è onestamente più difficile lavorare a breve termine.

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Vieni a ballare in Puglia!

Gli USA di John Speraw hanno invece il compito di lasciarsi alle spalle l’immagine di squadra bella senza superlativo. Giocano bene, sono forti, sono carini, ma dal post Pechino 2008 è sempre mancata quell’incisività necessaria per la vittoria finale. La formazione titolare sarà praticamente la stessa di Rio al netto di David Lee; ciò significa che restano indubbiamente nel novero di quelle da cui guardarsi, ma con una lieve sicurezza in meno in mezzo al campo. Il bollettino di guerra riporta la perdita del ginocchio di Thomas Jaeschke, assente già da qualche mese e senza speranza di recupero (in alcuni giri dietro da Camera Café di Russell e Sander sarebbe stato utile). In compenso Taylor Averill potrebbe fare incetta di premi nella categoria “Miglior Barbiere”.

Pronte ad essere smentite, ma la Polonia la vediamo bella distante dal rigiocarsi il titolo. Tolto Kubiak è un bel casino, con Vital Heynen che si è portato dietro Bartosz Kurek ma che non sa dove metterlo, un po’ come quando viaggi con il bagaglio appena fuori peso e non sai più cosa infilarti addosso per togliere quel chilo che separa la salvezza dal sovrapprezzo. Pronostichiamo la solita staffetta Drzyzga-Lomacz in palleggio e l’alternanza dell’S2 a far compagnia al nano Michal.

Curiosamente, i polacchi sono finiti – di nuovo – nel girone assieme all’Iran dopo la rissa sfiorata durante le ultime Olimpiadi. Ormai in FIVB lo fanno apposta per cuocere i pop corn.

Le outsider? Belgio, Argentina, Slovenia, il già citato Iran. Occhio anche al Canada, che spostò inaspettatamente gli equilibri a Rio e che nel girone ritroverà Brasile e Francia, giusto per provare a seminare un leggero panico.

Ultima info di servizio: tutta la manifestazione sarà seguita dalla cara mamma Rai. Azzurri in vetrina sui canali storici, una bella manciata del resto la troverete su Raisport (qui trovate la programmazione completa).

Per tutti gli aggiornamenti seguite l’hashtag dell’anno #volleyworldfantagalli degli amici Marco Fantasia e Claudio Galli. Non ve ne pentirete.