A forza di essere vento: lo sport, il volley e l’essenza

Ho letto di recente due articoli bellissimi, che vorrei segnalarvi.

Il primo è un pezzo di Giorgio Terruzzi, racconta di come una certa intellighenzia si trinceri dietro il “non mi occupo di sport” come segno distintivo del proprio status sopraelevato. L’autore, sapientemente, ne smonta la tesi, abbracciando il concetto di sport come qualcosa di più profondo della banale attività fisica e di come sia, di fatto, qualcosa che attraversa trasversalmente la nostra esistenza.
Terruzzi mi trova totalmente d’accordo: facciamo sport anche senza accorgercene.
Senza contare che lo sport, a tutti i livelli possibili, produce storie di vita che valgono la pena di essere raccontate. La chiave sta tutta nel trovare il narratore giusto nel farlo (e la citazione di Walter Chiari, in tal senso, è significativa).

Il secondo è un post di uno dei mie blog di volley preferiti, Il Buco Dell’OrSono. Non conosco l’autore, ma lo ringrazio, perché in questa pagina di diario ha riassunto tutto ciò che attraversa chi la pallavolo la conosce, vive e respira ogni giorno: competizione, amicizia, complicità, separazione, dolore, rassegnazione, rinascita, memorabilità. E’ la storia di una vita passata sui campi di gioco più disparati, in mezzo all’umanità più disparata, unita e divisa da quella rete in mezzo che crea un invisibile filo elettrico che accende la psiche tanto quanto la logora. Ogni tanto lo rileggo, per ricordarmi dello sport come metafora della vita, come parte integrante ed importante, da praticante come da spettatore.

Ho pensato a tutto questo una sera di qualche settimana fa, entrando in quella che vent’anni fa fu, seppur per poco, la mia palestra di Under 14 e che dall’anno scorso ospita una squadra femminile di vertice in serie A2, la Battistelli San Giovanni in Marignano. L’evento di cartello è un match di campionato CSI maschile, nel mondo del volley da basso, a volte pure da bassi, nel “pozzo di piscio e cemento” di deandreiana memoria.

Riprendendo la pubblicazione su “Fuori Banda”, il giornale locale della polisportiva, il campionato CSI “è un campionato tosto in cui ogni partita diventa una battaglia dal risultato incerto, dove talento e tecnica si scontrano violentemente contro orde di barbari brutti, sporchi, cattivi e rancorosi“. Qui non ci sono shoesgate a monopolizzare attenzioni, né bacheche di trofei intercontinentali da sfoggiare, né polemiche presidenziali sul tenore delle toilette; le divise si lavano a casa, la preparazione atletica è sommaria e con tutta probabilità ad alto voltaggio alcolico.
Sulle maglie si sfoggiano hashtag identificativi di sicura creatività, ci sono liberi vestiti fluorescenti che si chiamano #Anas, fisicità ingombranti e articolazioni da reduci di guerra.
Il videocheck, ça va sans dire, più che morto non è proprio mai nato.

Eppure c’è il palleggiatore ospite, mano e girovita da Luciano De Cecco post-natalizio, che la palla in 4 non la sbaglia nemmeno bendato; c’è il muro dei padroni di casa che presenzia vispo nonostante una manovra non proprio fluida; ci sono i riflessi da gatto e i vuoti esistenziali che si alternano in difesa, così come la rosa dei giocatori nel corso dei tre set che bastano ai forestieri per chiuderla troppo presto rispetto a quanto auspicato dalla grande cornice di pubblico presente (quattro spettatori, ma promettiamo di migliorare).
Eppure in tutto questo c’è l’essenza, quella che in tv non arriva, quella che solo all’interno dei palazzetti può essere percepita, anche se di grandezza e popolarità infinitesimale rispetto alla Tauron Arena di Cracovia, anche se non ci si gioca un Mondiale per Club, anche se il giorno dopo la vita riprende a sottoporci le solite problematiche di comuni mortali.

E allora sì, occuparsi di sport, in qualsiasi modo lo si faccia, è tanto bello quanto necessario.
Alla faccia di qualsivoglia intellighenzia.

Buon Natale a tutti

Credits:

@ConsoliniVolleyMaschile

@terruzzigiorgio

 

 

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