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Mondiale in Cornice: epilogo

Nelle puntate precedenti…

CROSSROAD

Italia – Wishlist (Yield, 1998)


Ho recentemente incoronato
Yield come mio album preferito da macchina, specie quando mi trovo in un determinato punto dell’Adriatica, appena fuori Ancona Nord. C’è un tratto in cui purtroppo non c’è spazio per fermarsi, un panorama che mostra il porto, tra le colline. Ultimamente percorro quel tratto molto spesso e se sto suonando Yield faccio abbastanza pace con il mondo.

Non ricordo la fonte (perdonatemi), ma qualcuno scrisse che Yield è un grande disco da viaggio in auto. Sono sostanzialmente d’accordo e aggiungo che Yield è un grande disco da viaggio con un tocco di epicità; quella dei crescendo di Faithfull, Given To Fly, In Hiding, che ascoltate in velocità donano un certo senso di liberazione interiore e il pensiero che, in fondo, le cose non vanno poi così male, in generale.

Yield ha anche un certo legame di fondo con l’Italia. Due anni prima della pubblicazione del disco, Vedder rimase così alienato dal traffico di Roma da scriverci MFC, ma fu ancora più scioccato dallo scoprire un libro di traduzioni dei suoi testi che rispondeva malissimo al loro significato reale (spero per decenza che nessuno in seguito gli abbia riportato il modo in cui venne presentato nelle sale cinematografiche The Eternal Sunshine Of The Spotless Mind… scusaci Ed, siamo notoriamente dei cazzoni). Il tutto è raccontato in una bella intervista a Fausto Casara, che trovate qui.
Vedder decise dunque di fare le cose per bene e nel booklet dell’edizione italiana di Yield venne aggiunto un inserto con la traduzione fedele delle liriche, avallata dallo stesso cantante con un messaggio.

Comunque, in mezzo al disco si pianta una ballad semplice semplice ma discretamente famosa (l’avrete sicuramente sentita in radio). Ora, immaginate che vi si presenti alla porta uno con lo sguardo e la voce di Ed Vedder e decida di cantarvi questo:


Roba da vestirsi di bianco virginale e in tre nanosecondi scarsi presentarsi all’altare, farci quindici figli e andare a vivere in riva al mare scrutando l’orizzonte sulle note di un ukulele.

Wishlist è come se fosse una promessa matrimoniale e, nello stesso tempo, l’interpretazione di un desiderio ad ampio raggio.

Vorrei essere la testimonianza
Vorrei essere il terreno
Per cinquanta milioni di mani sollevate e rivolte al cielo

Vorrei essere il verbo “fidarsi”
E non deluderti mai

La promessa che l’Italia di Blengini vuole provare a concretizzare sul palco italico di questi Mondiali non credo necessiti di alcuna spiegazione. Per chi vi scrive, e non penso di essere la sola, l’Italvolley rappresenta qualcosa in più di un semplice sfogo da furore patriottico: è stata il mio spirito guida da bambina, ha resistito all’addio della Generazione di Fenomeni costruendo con il lavoro un suo posto nell’élite nonostante l’emorragia di talento, mi ha fatto solennemente imprecare e smodatamente esultare e mi ha provocato quei sei/sette infarti nella splendida Olimpiade di Rio, prima di quella stramaledetta finale.

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Non ce lo siamo mica scordato, il Principino – Photo Credit: Sportfair.it

Chicco, del tutto giustamente, ha scelto di mantenere un profilo basso, mentre il rientrante Osmany Juantorena, nel bagno di umiltà generale, ha deliziato la nostra estate vestendo una maglietta con la sua faccia stampata sopra. Considerato che non è difficile ritenere la sua presenza determinante, la cosa ha involontariamente gonfiato la promessa di aspettative di gloria (Osmany pallavolisticamente è molto simile a un semidio, ma ha disconosciuto fin da piccolo il significato dell’“anche meno”).
Al di là dell’esibizione dell’ego, la decisione di viaggiare sotto traccia nelle tappe di avvicinamento a un Mondiale organizzato in casa è agonisticamente corretta, specie per una squadra che da anni alterna stagioni vivissime ad altre interlocutorie (con tanto di scazzi assortiti). In sostanza, questi mesi di preparazione sono stati un po’ il Single Video Theory della nazionale italiana, pervasi dunque da una certa normalità di fondo e da un’atmosfera discreta, ma moderatamente positiva. 

Il talento dell’Italia non è debordante come nell’ultimo decennio d’oro del XX Secolo, ma la formazione tipo che si presenta ai nastri di partenza, se in condizione, è oggettivamente competitiva.
Va da sé che se salta anche solo una pedina siamo mediamente fottuti, ma in un torneo così aperto e senza una squadra dominante sulle altre è logico non accontentarsi di fare bella figura. 

Yield, dicevamo, uscì nel 1998, l’anno dell’ultimo Mondiale vinto dall’Italia. Credere nella promessa non costa nulla, alleggerire le spalle dalla pressione che inevitabilmente arriverà, forse un po’ di più. Noi siamo qui, a sperare che questi ragazzi salgano in auto, sparino a volume osceno Faithfull e prendano la direzione giusta per un lungo, bellissimo viaggio. 

Ed echi che nessuno sente, vanno, vanno, vanno
Siamo fedeli, tutti noi crediamo, tutti noi ci crediamo
Così fedeli, tutti noi crediamo, tutti noi ci crediamo

Buon Mondiale a tutti

Un ringraziamento finale a:

  • PearlJamOnLine.it per testi, traduzioni, video e l’immane archivio sul gruppo che mi sono spulciata in questi mesi
  • Francesco Farabegoli di Bastonate per il Vox Populi sulla crisi d’identità del barbiere di Eddie Vedder, per il già citato listone e per aver scritto la cosa più bella che abbia mai letto su Vitalogy
  • Le amiche e colleghe Ilà, Simò e Rosà che senza batter ciglio mi hanno permesso di scrivere questa cosa mediamente collaterale e sostanzialmente inutile

Mondiale in Cornice: capitolo secondo

Nelle puntate precedenti…


LOST (UNDER)DOGS

Slovenia – Unthought Known (Backspacer, 2009)

All’interno del bruttino Backspacer ad un certo punto sbuca fuori questo pezzo. Arriva al termine dell’unico filotto apprezzabile, quello che va da Just Breathe (valle di lacrime: non ho mai visto così tanta gente piangere come su Just Breathe, giuro) a, appunto, Unthought Known, che parte piano, cresce e deflagra nello stesso momento in cui ti rendi conto che la band che ti ha accompagnata per lunghi tratti della tua esistenza è ancora abbastanza sul pezzo. Terra tornata in asse, disco salvato e si può ricominciare a respirare.

Nel covo della Pool A dell’Italia c’è questa squadra che da un paio di mesi sta viaggiando sotto traccia nella periferia della pallavolo internazionale, ovvero la VNL dei poveri, ovvero la European League. Come si fa a ritenere pericolosa una squadra che si piazza al dodicesimo posto della serie B dei tornei estivi? Si fa, perché spesso – non sempre – i tornei estivi non contano una sega, e perché se diamo uno sguardo a chi ci troveremo di fronte a Firenze è legittimo mettersi in allarme. Ricordiamoci, tra l’altro, che l’Italia dagli sloveni si prese una ripassata non proprio gradevole nella semifinale europea di tre anni fa. Quella Slovenia era allenata da Giani (ora sulla panchina della Germania), ora c’è Boban Kovac (auguri, soprattutto a chi gli sta vicino quando sclera).

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Occhio a questo qui – Photo Credit: WorldOfVolley

Fatte le dovute premesse e posto che non ho la sfera di cristallo, considerata la solidità non sempre granitica dei nostri in ricezione a una squadra che al servizio schiera gente come Stern, Urnaut, Cebulj, Pajenk e Kozamernik, un tantino ci starei attenta. Confido che Blengini abbia imparato la lezione.

Puntiamo un euro sulla sorpresa del torneo? Puntiamo.

Belgio – Red Mosquito (No Code, 1996)

Dovevo trovare un modo per incastrare No Code da qualche parte: se la gioca con Vitalogy, forse perde solo al fotofinish e solo perché Vitalogy, quando lo acquistai, stravolse completamente quella che fino ad allora era la mia percezione del gruppo, che passò dall’essere uno dei tanti a una presenza costante di vita. Diciamo pure che Vitalogy mi ha abbastanza cambiato l’esistenza ma su disco No Code è invecchiato meglio.
Comunque, dovevo trovare un modo per mettere nel calderone Red Mosquito, che personalmente pongo sul podio delle mie preferite all time (anche questa suonata a Padova, arigrazie Eddie manco a farlo apposta) e che guarda un po’ si adatta perfettamente ai diavoli belgi.

Sono stato morso, dev’essere stato il diavolo,
Mi stava solo facendo
Una visitina, per ricordarmi della sua presenza
E per farmi sapere che è in attesa,
che mi sta aspettando, ooh
Se avessi saputo allora quello che so adesso

Il Belgio ci aspetta, anche lui reduce dal purgatorio della European League (presa appena più sul serio degli amici sloveni: sesto posto) e dopo averci sonoramente tranvato nei quarti dello scorso Europeo, in una delle peggiori uscite pubbliche dell’Italia dell’era Blengini.

belgio
Verhees se la ride e ne ha ben donde 

Se solo Chicco lo avesse saputo, che i belgi potessero fare così male… eppure un po’ avrebbe dovuto sospettarlo, perché non parliamo esattamente di una squadra di scappati di casa. A partire da diverse vecchie conoscenze del nostro campionato: Simon Van De Voorde, Pieter Verhees e l’efebico, fascinoso capitano Sam Deroo (già in pole acchiappainquadrature, quota più bassa solo per l’ovvio Matt Anderson). Lineari e classici come questa ballata un po’ Led Zeppelin, un po’ Zio Neil Young. Il background musicale di ognuno di noi è determinante nel decretare i vincitore, ragion per cui non posso che adorarla.

Come spesso gli è capitato in passato, Blengini si è fatto travolgere dalla sottovalutazione di una squadra semplicemente ordinata, dunque perfetta per mettere alle corde la stentorea Italia presentatasi in Polonia lo scorso settembre dopo i tumulti del caso Shoesgate.
Ora che le scarpe sono a posto e gli avversari li conosciamo, evitiamo che le zanzare diventino dragoni.

Argentina – Love Boat Captain (Riot Act, 2002)


Leggo con dispiacere misto a stupore che Riot Act ha fatto schifo a molti. Ne prendo atto e lo confesso, Vostro Onore.
Riot Act, per me, è un album bellissimo. Che non inventa nulla e non esce dal seminato del background musicale della band, ma ammetto che i Pearl Jam in versione incazzata nera sono da sempre i miei preferiti, e in Riot Act sono incazzati neri. Con l’umanità, con Bush, con il fato, sono incazzati come possono esserlo dei quasi quarantenni nel post-Roskilde (dunque con dinamiche ovviamente diverse rispetto al decennio precedente) e il tutto emerge nel sound corale e struggente del gruppo e nella voce di Eddie mai così profonda e dilaniante. C’è solo una cosa che non ho mai perdonato a questo album, più precisamente allo stesso Vedder: l’inspiegabile scelta di sacrificare la folta chioma a favore di un tappetino vagamente militare, a dimostrazione del fatto che per trasformarsi da “frontman extrabono” a “impiegato ufficio tributi di Riola Sardo” il passo è più breve del previsto. Ma tant’è, era incazzato nero e doveva far incazzare pure noi.*

E’ proprio da Roskilde – ma non solo – che nasce Love Boat Captain. La scrisse Vedder in tandem con Kenneth “Boom” Gaspar, l’organista-turnista ormai diventata presenza fissa nel gruppo, un omone hawaiano fisicamente a metà tra Mansour Bahrami e Frank Lapidus di Lost su cui Ed mise occhi e orecchie mentre suonava l’organo a una veglia funebre. Anche Love Boat Captain fa schifo a molti, diciamo che per molti è la canzone del disco che fa più schifo. Ne (ri)prendo atto e mi espongo dicendo che, se non è la migliore, rientra nella lista dei primi sei pezzi dell’album che mi fanno volare molto (tipo, a me fa impazzire Cropduster, forse perché ho un feticismo irrisolto per i mid-tempo) e che si agganciano alla tripletta finale 1/2 Full – Arc – All Or None . Non so se mi piace vincere facile e nella giungla del gusto è tutto relativo, ma per un Riot Act 2.0 in uscita nel 2019, pure disinnescato e meno tragico, metterei la firma.

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❤ – Photo Credit: Volley News

Perché l’Argentina? Perché probabilmente non vincerà il Mondiale (ha troppe frecce spuntate nel suo arco d’attacco), ma ha due capitani che rappresentano l’amore per la pallavolo più di qualsiasi altra squadra in ballo. Perché un eventuale capitano dell’amore potrei immaginarmelo come quello in campo, l’Artista e regista illuminato Luciano De Cecco, aka il miglior palleggiatore del mondo. Ma soprattutto come quello in panchina, l’eterno Julio Velasco, uno che due cosette in vita sua le ha insegnate e continua ad insegnarle.

Come la traccia 3 di Riot Act, non vincerà il premio della più forte, ma è ugualmente necessaria.

*appena formulato il pensiero sui capelli, nelle mie scorribande sul web mi sono imbattuta in questo pezzo di Francesco Farabegoli su Bastonate, a ulteriore prova del fatto che Eddie in chioma corta faceva già schifo a tutti da tempo e che quando ti viene un’idea carina c’è sempre qualcuno che l’ha scritta meglio di te. Leggetelo questo listone, è splendido e divertentissimo.

Iran – Dissident (Vs., 1993)


Un dissidente è qui e risponde al nome di Saeid Marouf.
Nel caso dell’Iran di Igor Kolakovic non c’entrano aspetti sociopolitici, almeno non conosciamo vicende strettamente legate al soggetto (conosciamo bene, purtroppo, l’eterna assurdità delle donne iraniane interdette dai palazzetti del loro paese). La dissidenza del palleggiatore neo acquisto di Siena sta tutta nella sua estrosa idea di pallavolo che mal si sposa con il concetto tatticamente lineare di tutto il resto della squadra; insomma, parliamo di uno che per dieci minuti a partita decide di giocare come un semidio e tu sei lì che ti chiedi dove stracazzo sia stato per tutto questo tempo.
Ecco, il problema sta tutto nella durata: un set se va di lusso. Il corto circuito sotto la folta criniera di Marouf è sempre dietro l’angolo e chi lo conosce ne è ampiamente consapevole, così si gode quel briciolo di folle bellezza che il nostro dispensa ogni tanto.

 

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Non so onestamente cosa stesse tentando di fare – Photo Credit: FIVB

Il resto dell‘Iran non ha talento quanto Marouf e si poggia su una linearità semplice semplice, forte di peso e centimetri, che lui pare sadicamente divertirsi a scardinate. In ogni caso, se vi capita e se amate il ruolo, andate a vederlo. Vale comunque la pena.

Tra parentesi, per la centordicesima volta gli iraniani si troveranno accozzati agli amiconi della Polonia nel girone preliminare, nella fattispecie la Pool D di Varna, che si preannuncia raggruppamento ad altissimo potenziale botte. Qui si spera tutti che finalmente la questione si risolva, ché passare da Dissident a Blood è un attimo (qui il riassunto delle puntate precedenti).

The Unpredictables – Footsteps (“Jeremy” single, 1992)

In fondo quando stiliamo liste siamo tutti un po’ Nick Hornby, poi spesso ci perdiamo dei pezzi. Capita, è il bello delle liste.

Da amante del gruppo ho questo tarlo idiota nel cervello che continua a ritenere uno scempio l’esclusione di Footsteps da Ten. Primo, perché trattasi della chiusura della trilogia Momma-Son e doveva starci per pura questione di coerenza; secondo, perché a distanza di 27 anni ho questo sogno di prendere Ten e rivoltarlo come un calzino, cambiare l’ordine dei pezzi e strutturarlo come un’opera rock basata proprio sui temi di Momma-Son. Terzo, perché Footsteps è bellissima in ogni sua forma e da amante sì del gruppo, ma con andamento a elastico in quasi vent’anni che ci conosciamo, l’ho scoperta molto tardi e quasi per caso.
Sì, sono un’idiota.

Tutto questo per arrivare a dire che puoi fare tutte le supposizioni che vuoi sulla potenziale sorpresa del torneo, poi dal nulla sbuca una Spagna 2007 o una Cuba 2010 sostanzialmente impronosticabile che fa saltare il banco e pace alla nostra vena di pseudo-intenditori. Da qui al 30 settembre potrebbe pure succedere; non saprei onestamente pescarne una al di fuori di quelle già citate, ma se è vero che la condizione del momento è decisiva, chissà.

E allora, alle inaspettate, dedichiamola ‘sta Footsteps. Lasciamo che saltino fuori queste sorprese per le quali tifare, fosse per simpatia, spirito di rivalsa, bel gioco o chissà che altro. Le accoglieremo con piacere.

••• CONTINUA •••

Mondiale in Cornice: Capitolo Primo

Scrivo questa piccola saga in totale consapevolezza del puro piacere personale che ne trarrò e con l’intento, spero non vano, che due mondi possano conoscersi almeno un po’.

La scrivo perché unisce due passioni in me vivissime e salvifiche.

La scrivo perché i Pearl Jam sono diventati involontari protagonisti, durante l’estate, di una delle querelle social più grottesche di sempre (con Rita Pavone, che salutiamo); soprattutto, mi hanno fatto compagnia nel mio girovagare in auto, ogni viaggio un album diverso alla riscoperta di pezzi bellissimi che non ricordavo, altri meno belli che forse era meglio non ricordare (per fortuna pochi, rispetto al totale), altri ancora che non mi ero mai filata più di tanto e ora “sticazzi che meraviglia”.

La scrivo perché sono atea, ma in Eddie Vedder tutto sommato credo, un po’ come credi all’amico di una vita che ti rapisce nei – e dai – momenti bui, forse perché, citando Pete Townshend, “lui può sopportarlo“. Pare che al nostro piccolo grande surfer questa cosa capiti da sempre e attraverso più generazioni. 

Avvertenze: NON è una classifica, quindi pochi sgomitamenti sul perché o per come. Trattasi di puro divertissement nell’associare, ad ognuna delle formazioni potenzialmente significative del torneo, una canzone, nella speranza che chi apprezza uno dei mondi possa in qualche modo approcciarsi all’altro. Non è nemmeno un riassunto dei miei pezzi preferiti del gruppo, anzi, del mio virtuale podio ce n’è solo uno, anche perché i Pearl Jam, per un certo tipo di ascoltatori, sono una questione privata, una soundtrack della vita che non va svelata in quanto parte di un percorso personale che va di pari passo con loro. Sono altresì convinta che il gruppo vada letto tanto quanto ascoltato, la bibliografia in tal senso è molto vasta e in queste tre puntate troverete alcuni riferimenti. 

Insomma, questa saga è un gioco in gran parte inutile: per un’analisi più puntuale del torneo vi rimando a quanto scritto in precedenza, per una valutazione musicale degna a chi sa farla per davvero.

Spero vi divertiate comunque.

CAPITOLO PRIMO:
6 AGAINST 6

Cominciamo questo crossover sportivo-musicale con le squadre accreditate come favorite, o presunte tali. In rigoroso ordine sparso.

Serbia – Corduroy (Vitalogy, 1994)


L’attesa mi ha fatto impazzire
Finalmente sei qui e io sono conciato da schifo

EH.

Nei primi due versi di Corduroy è concentrata la condizione – attuale e del passato recente – della Serbia di Nikola Grbić, squadra che, lo dico esponendomi senza alcun timore, sta in vetta alla mia personale classifica simpatia da quando ancora si chiamava Jugoslavia, un’Olimpiade la portava a casa e Grbić invece di sedere in panchina stava in campo a dipingere capolavori. Il tempo, ahimè, passa anche per le divinità, sta di fatto che dopo il suo ritiro al quartier generale di Belgrado stanno ancora cercando un regista sufficientemente presentabile. Insomma, in un periodo storico in cui i palleggiatori sono tornati a fare pesantemente la differenza, se vuoi competere per la vittoria in un Mondiale o ti chiami Russia oppure ti serve un direttore d’orchestra di livello. In questo, il bravino Jovović l’ho visto in preoccupante involuzione nell’ultimo anno e mezzo e non in grado di guidare a dovere questa allegra compagnia di smandruppati sbevazzoni appena usciti dal casting di un film di Kusturica.

 

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Le preparazioni estive, quelle belle – Photo credit: Buculjevic official IG Profile


I don’t want to take what you can give
. La Serbia ha un potenziale d’attacco da fare invidia a tutto il mondo tranne, appunto, la Russia. Peccato manchi sempre qualcos’altro: la già citata regia, una ricezione da minimo sindacale, soprattutto la capacità mentale di rimanere in partita per più di un’ora. E’ quella squadra che arriva malissimo alle qualificazioni olimpiche e resta fuori dai Giochi (Rio 2016), salvo poi presentarsi senza pressioni addosso in World League qualche mese dopo e dimostrare che nel novero delle 12, volendo, ci sarebbe comodamente stata. La stessa squadra che un anno dopo ha l’accesso alla finale europea in mano e se la fa fregare. Una canzone rabbiosamente bella che su disco suona sempre troppo lenta.

Russia – Even Flow (Ten, 1991)


Il torneo che sta per cominciare tra Italia e Bulgaria è oggettivamente molto aperto, c’è un discreto mucchietto di formazioni candidate al titolo che potrebbero vincerlo senza far gridare nessuno al miracolo, ma se proprio dobbiamo fare il nome di chi, nell’ultimo anno solare, ha convinto di più, allora diciamo Russia, e iniziamo con una peculiarità che solo i ragazzi di Shlyapnikov hanno, ovvero essere talmente forti da potersi permettere un palleggiatore discreto senza soffrirne le lacune creative.

Questo per due motivi: c’è tanta palla alta di qualità e giocano una pallavolo tatticamente ferma a Gorbaciov, cosa che ha attirato critiche più o meno feroci da parte di un nutrito gruppo di appassionati deciso a derubricare i russi dentro la categoria “brutti e cattivi”. L’analisi è sbagliata, o quantomeno imprecisa: il punto è che per la Russia vale lo stesso discorso che a livello di club si fa con lo Zenit di Kazan, ovvero che non ha bisogno di particolari spunti creativi per buttare giù palla, e se questo da una parte vuole sì dire che ci sono squadre enormemente più belle da vedere giocare, dall’altra non può sminuire il talento individuale di gente come Mikhailov e Volkov, tanto per fare i due nomi attualmente più rappresentativi (per dire, quando a Kliuka non staccano la corrente, avercene di S2 del genere). Evitiamo poi il discorso Muserskij, uno che farebbe paura con la sola presenza ma che di fatto porta un plus enorme al centro della rete anche come alternativa offensiva.

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Photo credit: Volleynews.it

È questo il flusso costante dei russi: è Mikhailov che nella sua completezza giganteggia come un assolo di Mike McCready dietro la schiena. Dmitrij Volkov – nel suo essere la versione pallavolisticamente erudita di Spiridonov – è Vedder che si arrampica su un’impalcatura, il centralone è l’ombra lunga del muro e la rassegnazione di un buco subìto nei tre metri, come la batteria infinita di Matt Cameron in un live di una dozzina di anni fa. Un martellare continuo di pesante esaltazione, come una Even Flow che cresce di intensità, rigorosamente suonata dal vivo.

Brasile – Alive (Ten, 1991)

Va beh. C’è canzone dei Pearl Jam più universalmente iconica di Alive?

Chiunque di voi l’ha sentita, ballata, canticchiata, forse pure schifata (voi siete pazzi) almeno una volta. E come non associarla alla nazionale simbolo degli ultimi sedici anni di pallavolo?

Mostruosamente dominante tra 2002 e 2006, periodo in cui la Selecao faceva un po’ quel che gli pareva (tanto gli altri erano ancora fermi al XX secolo), nel tempo qualche avversario credibile si è affacciato, ma mai con la necessaria continuità per buttarli giù da un ranking FIVB che ormai li vede davanti da cento ere geologiche. Eppure, nonostante generazioni che cambiano, nonostante un paio di ori olimpici entrati dalla porta e usciti dalla finestra (Londra 2012, soprattutto), nonostante a volte sembra siano sul punto di scuoiarsi tra loro e non abbiano tutta ‘sta voglia di impegnarsi, i brasiliani li devi battere sul piano della mentalità, plus che non li ha mai abbandonati nemmeno quando a gente come Nalbert, Giba, Dante Amaral e Murilo è succeduto Lipe (sì, c’è ancora).

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Pensavate, eh? – Photo credit: Oliwia Kedzia

Il Brasile è ancora vivo e in tal senso l’esempio di Rio 2016 è lampante: bruttino (eufemismo) nella fase a gironi, salva reputazione e chiappe all’ultima partita in uno scontro a fuoco con l’altrettanto orribile Francia, il tutto mentre Rezende figlio fatica ad intrecciare trame di gioco lucide e Rezende padre, in panchina, impreca e gesticola ad occhi sgranati generando una quantità di meme tale da riempire gli archivi degli smartphone dell’intero globo terracqueo. Tempo di sbuffare ancora un po’ con l’Argentina nei quarti, arrivati in semifinale i verdeoro sentono l’odore del sangue, mettono la sesta e buonanotte ai suonatori (Italia compresa).

L’assatanato Bernardo ha salutato dopo quasi due decenni e ora sulla sedia più prestigiosa degli anni ‘00-’10 siede Renan Dal Zotto, non certo l’ultimo arrivato ma con il compito non facile di proseguire un ciclo non più così dominante ma che sembra non esaurirsi mai.

A margine, Alive è la trasposizione in musica di parte dell’esistenza di Vedder, precisamente tratta del tempo in cui Eddie di cognome faceva ancora Mueller e scoprì che chi pensava fosse il suo vero padre era, in realtà, il suo patrigno.

Non pensiamo sia il caso di Bruno, ma vai a capire la vita.

 

USA – Thin Air (Binaural, 2000)

Annus Jubileus, non ho ancora 16 anni e il primo disco dei Pearl Jam che compro è Binaural. Che culo.

Il motivo è banalissimo: era appena uscito, ero adolescente e mi ero lasciata irretire da Nothing As It Seems (voto 6 di stima, oggi). Se becchi Binaural come first album della tua vita, con i Pearl Jam o ti va bene bene o ti va male male. Non perché sia brutto (i nostri hanno fatto tanto – molto – meglio quanto peggio, anzi riascoltato dopo anni cose come Rival e soprattutto Parting Ways tendi a rivalutarle… il fatto poi che io sia scoppiata a piangere ascoltando Parting Ways dopo tipo quindici anni è a margine del racconto), quanto perché non è esattamente il manifesto che utilizzerei come primo approccio al gruppo. E poi in queste cose l’età conta, per cui a quasi sedici anni e con alle porte un biennio di totale perdizione per i Nirvana, penso che ad un certo punto con i PJ stesse per andarmi male male. Poi incrociai Thin Air.

Ecco, a me Thin Air piace e non poco, è una ballata così dolce e rarefatta che farei ascoltare a un bimbo per farlo addormentare. Lo stesso bimbo che, qualora da grande volesse giocare a pallavolo, spedirei negli States per imparare a stare in un campo 9×9 e giocare un bagher come si deve (a ben vedere l’unico che non ce l’ha fatta è Aaron Russell, come insegna la nostra sempre attendibile sentenza Simona Bernardini).

Tutto questo per dire che gli USA di John Speraw hanno una propria collocazione nell’ecosistema della FIVB per il solo fatto di ricordarci che a pallavolo sanno giocare estremamente bene, così come Thin Air si pianta in mezzo a Binaural per farlo salire, nella graduatoria della me sedicenne, dal “così così” al “passabile, dai”.

Tolta un’edizione clamorosa dei Giochi in cui distrussero i brasiliani in finale (Pechino 2008) il problema degli USA, molto spesso, è lo schema da gatti in tangenziale che adottano in maniera scientifica quando è ora di giocare i punti sopra il 20 nei set decisivi. Ok, tutti si ricordano la serie al servizio di Zaytsev che ci salvò il didietro nel famoso quarto parziale della semifinale di Rio, in pochi sottolinearono come quella serie iniziò con una fossa a muro di Anderson (colpo chiusissimo) e una ciabattata terra aria di uno dei due martelli (scusate, io Russell e Sander li confondo peggio delle gemelle Kessler). Il naufragio dopo un solo break point a metà del quinto e decisivo set la disse poi lunga sullo stato confusionale della squadra e dello stesso Speraw, che con la ricezione in bambola non pensò minimamente a un giro dietro di Priddy (mossa che, guarda un po’, salvò la baracca a stelle e strisce due giorni dopo nella finalina per il bronzo). Beninteso, la partita resta epica e una delle più belle che io abbia mai avuto la fortuna di vedere, ma per onestà intellettuale va detto che, se gli USA partono sempre tra le favorite e non arrivano mai a giocarsi in maniera tangibile il titolo, un motivo forse c’è.

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Quando si dice “cogliere al volo il problema”, by Erik Shoji – Photo credit: NBC Sports

Stati Uniti che in fondo restano sempre una Thin Air, indiscutibilmente belli e rarefatti come un calendario di Matt Anderson, ma senza il graffio e la sofferenza di un’Italia più brutta, sporca e cattiva che finisce nel baratro, si rialza e si fa Better Man.

Francia – Sirens (Lightning Bolt, 2013)

A chiunque è capitato di innamorarsi – magari temporaneamente – di una canzone non troppo spettacolare solo per averla ascoltata incessantemente in un momento in cui aveva un senso farlo. A me è successo con Sirens.

Ora, non voglio tirarmela né fare la passatista a tutti i costi, ma Lightning Bolt, nel suo complesso, lo digerisco peggio di una peperonata a merenda. Giuro che ogni volta ci provo, ma niente, nemmeno se evito di arrivare a Future Days, che ogni volta spero non esista perché troppo brutta per essere vera (in realtà Future Days è una canzone scritta per la reunion dei Backstreet Boys finita accidentalmente in un disco dei Pearl Jam). Tolta Pendulum, che qualcosa mi significa e che Vedder ha ben pensato di inserire come inaspettato opening a Padova (grazie Eddie), a voler esser buona del resto salvo Yellow Moon, Sleeping By Myself – che continuo a preferire in versione solo ukulele – e un po’ Getaway perché come divertissement da stadio tutto sommato suona bene. Disgraziatamente, però, capita che un determinato disco esca in un determinato periodo della tua vita pieno di belle speranze ed ecco che riesci a farti piacere in modo smodato Sirens, nonostante i settecentotrentacinque passaggi radiofonici quotidiani, a cavallo tra 2013 e 2014, rischino di minare nel profondo la tua già precaria obiettività di giudizio.

Sirens a me sembrava bellissima come ogni anno sembra bellissima la Francia in World League, ora Volleyball Nations League (ma sempre la stessa minestra è). Del novero delle favorite è di certo la squadra con meno tradizione, salita prepotentemente alla ribalta della pallavolo che conta giusto da quattro anni a questa parte grazie a una manciata di talenti fuori categoria (Ngapeth, Toniutti, Grebennikov) e un sistema di gioco che, quando approccia bene la situazione, mangia serenamente in testa al resto della compagnia.

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Tonalità tinta: malta cementizia – Photo credit: Margherita Leone

Appunto, l’approccio. Se togliamo la doppietta World League-Europeo del 2015, anno in cui beneficiavano ancora di un certo stupore di fondo, la differenza tra i bleus pre-ferragostani e quelli da alta stagione negli ultimi due anni è stata appena imbarazzante. A Rio esordiscono con i sintomi da sbornia pesante, finiscono piallati dalla versione splendida dell’Italia olimpica e fanno le valigie dopo il girone eliminatorio; il capolavoro vero arriva però agli scorsi Europei polacchi dove, accreditati di vittoria certa con tutte le altre a litigarsi il secondo posto, passano a spinta un girone orrido per poi essere eliminati negli ottavi di finale da quei noti satanassi della Repubblica Ceca. Ngapeth non fa più la differenza, centrali non pervenuti, Toniutti sperduto nel deserto della palla alta, quel sistema micidiale di sviluppo in velocità e sicurezza nei colpi sparito in una manciata di settimane.

La Francia è la Sirens dell’estate pallavolistica. All’inizio è tutto un “cazzo che bella” e te ne convinci fino a quando non ti imbatti di nuovo in una Elderly Woman Behind The Counter In A Small Town a caso che ti riporta finalmente sulla terra.

Che palle Sirens.

Polonia – Rearviewmirror (Vs., 1993)

L’urlo di Vedder che fugge e si lascia alle spalle qualcosa – meglio dire qualcuno – di terrorizzante è, per contrappasso, l’urlo dei polacchi che quel qualcosa invece lo vedono sempre più lontano.

Che dolori per i campioni uscenti della manifestazione.

Lo specchietto retrovisore dei polacchi negli ultimi quattro anni ha visto e sta vedendo allontanarsi:

  • Tre giocatori determinanti nella vittoria casalinga del 2014, che per motivi diversi hanno salutato. Pawel Zagumny per anzianità, Michał Winiarski per fragilità del corpo (è un modo carino per chiamare la sfiga), Mariusz Wlazły per una reflex e qualche vacanza in più;
  • La panchina di Antiga prima, quella di Fefé De Giorgi dopo;
  • La coppa sollevata dal sopra citato Winiarski dopo la finale contro il Brasile

Sì perché, insomma, vi sfido a posizionare realmente tra le favorite questa Polonia, a meno che i geni di Michał Kubiak non si moltiplichino nel sonno e diano vita ad altri sei in grado di formare una squadra seriamente competitiva. Tolto il nano di Wałcz, la qualità dei polacchi non è in grado, almeno sulla carta, di far fronte alle altre super-attrezzate del torneo, a meno che non pensiate che Bartosz Kurek, l’antitesi del “dove lo metti sta”, per una volta possa risolvere un problema (pare che quest’anno sia stato opzionato come centrale, evidentemente da esterno non aveva fatto abbastanza danni). Sì, è tornato Karol Kłos dopo due estati di post ammorbanti su Instagram, piscine e unicorni gonfiabili, ma insomma, seppur bravo non è certo un centro alla Muserskij che sposta gli equilibri.

Aggiungiamoci che in tutto questo casino il comando delle operazioni l’ha preso quel personaggio carico di filosofia zen di Vital Heynen, ed ecco che la Polonia non parte favorita nemmeno per il premio Fair Play.

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Però punto tutto su Heynen nuovo uomo-meme – Photo credit: RMF 24


••• CONTINUA •••

 

Storia dell’assedio di Perugia

C’è un libro magnifico di Josè Saramago, che lessi qualche anno fa e che mi tolse anima, cuore e svariati ettolitri di lacrime. Lo definirono la più bella storia d’amore mai scritta e, qualora tale affermazione non fosse vera, è comunque molto vicina ad esserlo.

Racconta di un uomo ordinario, Raimundo Silva, un anonimo revisore di bozze che, nel correggere il testo di un saggio, Storia dell’assedio di Lisbona, in un impeto di intraprendenza e senza alcuna parvenza di logica decide di inserire una negazione all’interno di un passaggio cruciale del libro, stravolgendone di fatto il significato.

Mentre il revisore attende inquieto le ripercussioni conseguenti alla folle iniziativa, è proprio la funzionaria della casa editrice, chiamata a giudicare e prendere provvedimenti sul falso storico creato da quel “non” inserito inappropriatamente, a rimanere colpita dalla sfrontatezza inaspettata dell’uomo. Non prenderà provvedimenti disciplinari nei suoi confronti, al contrario lo spronerà a scrivere una sua, personalissima, storia dell’assedio, una storia in cui i Crociati non aiuteranno i portoghesi. Lo spingerà oltre i propri limiti, a sostenere quella negazione di troppo, rimanendo fedele al proprio gesto.

Ora, mettiamo il caso che ci sia una squadra ad un passo dal suo primo scudetto dopo una stagione dominante e dopo anni di investimenti di peso. Cosa farebbero gli ipotetici dèi del volley, in una domenica di maggio del 2018, se fossero chiamati a decidere le sorti di questa squadra considerando che, esattamente dodici anni prima, si era verificata una situazione molto simile, quando non identica, a quella dei giorni nostri? Cosa succederebbe se i suddetti dèi rivedessero il ricorso storico della trama e venisse loro in mente di inserire un deleatur?

“Ha detto il revisore, Sì, il nome di questo segno è deleatur, lo usiamo quando abbiamo bisogno di sopprimere e cancellare, la parola stessa lo dice, e vale sia per lettere singole che per parole intere, Mi ricorda un serpente che si fosse pentito al momento di mordersi la coda, Ben detto, dottore, davvero, per quanto siamo aggrappati alla vita, perfino una serpe esiterebbe dinanzi all’eternità, Mi faccia il disegno, ma lentamente, È facilissimo, basta prendere il verso, guardando distrattamente si pensa che la mano stia tracciando il terribile cerchio, invece no, noti che non ho chiuso il movimento qui dove lo avevo cominciato, ci sono passato accanto, all’interno, e adesso proseguirò verso il basso fino a tagliare la parte inferiore della curva, in fondo sembra proprio la lettera Q maiuscola, niente di più, Che peccato, un disegno che prometteva tanto, Accontentiamoci con l’illusione della somiglianza, ma in verità le dico, dottore, se posso esprimermi in stile profetico, che l’interessante della vita è sempre stato proprio nelle differenze.”

La premessa letteraria merita perlomeno una spiegazione, se non altro per chi non ha abbastanza anni o sufficiente memoria per ricordarsi gli antefatti.

Anno 2006, la Lube Banca Marche allora di casa a Macerata vince il suo primo scudetto contro i campioni uscenti della Sisley Treviso, dominando gara 5 dopo una serie all’insegna dell’assoluto equilibrio. Potremmo fermarci qui, ma la statistica decide di giocare un brutto scherzo ed ecco che notiamo come quella Lube, al tempo, avesse la sua asse portante in un opposto serbo di 27 anni, un centrale – anche lui serbo – di 31, e nel libero titolare della nazionale italiana, pugliese, di 33. Atanasijevic-Podrascanin-Colaci come Miljkovic-Geric-Corsano, esattamente dodici anni dopo, con numerose analogie e Civitanova, suo malgrado, costretta a cambiare ruolo e vestire i panni di coprotagonista che fu di Treviso al tempo: un gruppo già vincente, che gioca a memoria, ma arrivato svuotato nella partita più importante, maltrattato da colei che è stata, senza ombra di dubbio, la squadra dominante della stagione.

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“Che ne sarebbe di noi se non esistesse il deleatur, ha sospirato il revisore”

Gli dèi del volley non hanno avuto, dunque, la stessa sfrontatezza di Raimundo Silva: nessuna negazione di troppo ha impedito che la tanto attesa prima volta di Perugia prendesse pieghe pericolose, ricalcando anzi il precedente storico in numerosi aspetti. A cominciare da Aleksandar Atanasijevic, MVP delle finali così come lo fu al tempo Ivan Miljkovic. Della pesantissima eredità che Bata si è accollato dopo il saluto del fenomenale opposto di Nis parlammo già alcuni mesi fa; posto che il paragone tecnico tra epoche diverse è sport da tastiera spesso inutile – e dodici anni nel volley attuale sono un’era geologica – e ribadito l’ovvio talento offensivo di Atanasijevic, continuo a ritenere Miljkovic di altra categoria in termini di carisma, presenza in campo e personalità (parliamo di uno che a 21 anni vinse un’Olimpiade da MVP e che nel 2005-2006 fu praticamente ingiocabile per gli esseri umani), ma le similitudini sono evidenti così come il background di entrambi, ritenuti da più parti, per il campionato italiano, troppo poco incisivi nei momenti cruciali prima di appiccicarsi quel pezzetto di stoffa sul petto.

Forzando ancora di più la mano sul paragone, ritengo la Perugia di quest’anno di qualità complessiva decisamente superiore alla Macerata di allora, che ruotava attorno allo strapotere di un giocatore e nelle difficoltà ebbe la capacità – e un po’ di fortuna – di trovare risorse di supporto insperate (vedi alla voce Renaud Herpe, mai più visto a quei livelli). La Sir ha invece messo in campo un sistema corale in cui tutti gli elementi coinvolti hanno trovato il modo di esprimersi al meglio, orchestrati da un De Cecco come di consueto illuminante ma mai così continuativamente lucido e innescati dalla sicurezza portata in seconda linea dall’inserimento di Massimo Colaci, a ulteriore dimostrazione (qualora ce ne fosse bisogno) che, più delle percentuali, la differenza in trincea la fa la leadership di chi quella trincea la guida, ed in questo il piccolo Max è stato un gigante.

Con queste premesse, anche chi sulla carta compariva alla voce anelli deboli (Anzani) ha cacciato fuori dal cilindro un’annata di profilo altissimo e le discontinuità di Russell sono state abilmente tamponate da un Berger presente alla chiamata, la puntualità di Zaytsev nel rush finale – dopo aver fatto quasi pace con il ruolo di martello – ha fatto il resto. Capitolo a parte meriterebbe Marko Podrascanin, salvato in rubrica alla voce sentenza e per il quale si sono esauriti gli aggettivi, capace com’é di essere mostruosamente determinante in qualsiasi squadra da quando aveva 19 anni, una costanza di rendimento nel ruolo con pochi eguali al mondo, finalmente benedetto da un palleggiatore in grado di esaltarne prepotentemente le caratteristiche.

La Sir non ha ancora ultimato la stagione, settimana prossima la aspetta la Final Four di Champions League a Kazan dove avrebbe – padroni di casa permettendo, molto permettendo – l’opportunità di detronizzare i dominatori pluriennali del torneo e completare un Grande Slam senza eguali. L’impresa appare complessa, di certo Perugia potrà giocare a mente libera e qualora non arrivasse il risultato resterebbe in ogni caso una stagione pazzesca. Sarà ad ottobre prossimo che capiremo se avrà le spalle abbastanza larghe per reggere il peso della riconferma. Ma è lecito, per Gino Sirci come per i ragazzi, non pensarci ora.

“Da Lisbona a Vladivostok”, disse proprio il presidentissimo, di ritorno dall’argento di Champions, non più tardi di un anno fa. Manco a farlo apposta.

Photo Credit: Legavolley.it

Trento-Verona, cronaca postuma del crocevia dell’Adige

Premessa.

Ho sognato Massimiliano Ambesi al commento della Superlega. Illustrava la vittoria per dispersione della Regular Season da parte di Perugia, l’altalenante Trento con i suoi consueti vuoti di sceneggiatura, le alzate a una mano enciclopediche di De Cecco e Giannelli, i 68 punti in due partite di Paul Buchegger con la moto.  La stagione invernale, suo territorio di – enorme – competenza, è praticamente conclusa, questo pezzo è un po’ dedicato a lui. E a chi spera che una telecronaca di alto profilo come la sua diventi consuetudine anche sui lidi della rete alta in mezzo.

Doveva essere lo scontro più aperto dei quarti playoff, lo è stato a tutti gli effetti, al netto della parziale sorpresa di Ravenna vincente in gara 2 contro la dominante Perugia degli ultimi sei mesi (a margine: Ravenna voto 8, per lo spauracchio, perché in Europa è ancora da corsa e per aver giocato un campionato con mezzo reparto bande in infermeria). Una tranquilla settimana in ufficio per le due contendenti, a giocarsi la permanenza in Europa e un’unica sedia in riva all’Adige sulla quale accomodarsi e aspettare lo sportivo (s’intende) cadavere dell’altra passare. Geograficamente controcorrente, ma nel rispetto delle gerarchie, su quella sedia ci si è seduta la Diatec.

La differenza di valori tra le due era sottile come il distacco che le divideva a fine Regular Season: Verona è partita a passo incerto nelle prime settimane, prima di trovare la continuità propria della perfetta quinta forza del campionato quale di fatto è stata, Trento è stata pervasa per tutta la stagione da una coltre di sufficienza e mediocrità spazzata via da sporadici lampi, che comunque non le hanno permesso di avvicinare nemmeno lontanamente il livello di Lube e – soprattutto – Perugia. Se il secondo posto dello scorso anno fu tutto sommato sorprendente (anche per il livello di gioco mostrato contro le dirette avversarie), il quarto di questa stagione suona male più per il modo in cui è arrivato che per la posizione in sé. I numeri non dicono tutto, ma se in sei scontri diretti con le prime due del lotto tra campionato, Supercoppa e Coppa Italia lo score recita zero punti e 2 set vinti contro 18 persi, una riflessione sull’oggettivo divario è spontanea.

Posto che di Vettori si è già detto, nonostante il nostro pare abbia dato timidi quanto altalenanti segnali di risveglio (con il tangibile contributo del Giannelli irreale di gara 3, ligio nel lavorarsi per un’ora buona l’attenzione del muro di Verona nell’ottica di aprire varchi più comodi al suo opposto), sposterei l’attenzione su quello che resta il pesante tallone d’Achille di Lorenzetti, ovvero la sua seconda linea.

Che De Pandis non potesse replicare le percentuali di Molfetta era scontato (il peso della posta in palio quest’anno è appena più alto, con tutto ciò che ne consegue, e non so quanto l’alternanza con Chiappa lo abbia oggettivamente aiutato), che Lanza e quel miracolo di traiettorie che è Uros Kovacević avessero qualche problemino di tenuta, anche. Nel mio piccolo, più che sulle preventivabili percentuali sporche qualche perplessità ce l’ho sulla mancanza di leadership quando si parla di bagher in campo trentino, sia esso ricettivo o difensivo (altra fase, la difesa, in cui si sono viste brutture difficilmente accettabili in una squadra di vertice). Magari a qualcuno che abita da qualche mese a Perugia fischiano le orecchie, magari di passato non si vive e le scelte umane servono per tirare fuori ciò che si era perso nella mancanza di stimoli; di fatto, qualche ingranaggio dietro la linea Maginot dei tre metri non funziona del tutto. Aggiungiamoci il fatto che Giannelli per girarsi il campo si è comprato un Ciao, e che lui e i centrali hanno cominciato a piacersi da poco, il sovraccarico sulle bande – Kovacevic in primis – e la troppa prevedibilità della trama di gioco sono state conseguenze inevitabili.

Dall’altra parte la Calzedonia Verona aveva una nuova possibilità per uscire dal pantano dei quarti di finale, traguardo già raggiunto più volte ma mai superato in Superlega: battuta sul filo di lana da Perugia nel 2016, evaporata dopo una splendida gara 1 a Modena lo scorso anno. Gli scaligeri in un fazzoletto di giorni a ritmi folli si sono giocati un intero anno da “vorrei ma non (so se) posso“.

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Quinta e appagata? Conoscendo il background di Nikola Grbić e lo strazio sfogato verso i suoi durante i time out si direbbe di no, ma la sensazione latente che lascia questa squadra è quella di chi si accontenta ma non osa di più.

Eppure l’occasione per scollinare l’ostacolo c’era, con un’avversaria piena di crepe tecnico-tattiche e con frequenti sparizioni di lucidità. L’asse sloveno Pajenk-Stern è stato il fulcro attorno al quale hanno girato un Luca Spirito sempre più adulto e consapevole nelle scelte, la sorprendente manualità di Manavi e la completezza tipicamente americana di Jaeschke. Dovessi scegliere, spenderei due parole in più per Toncek Stern: acquistato come ombra di Djuric e catapultato in campo a causa dell’infortunio del greco bosniaco, da quel campo probabilmente non ci sarebbe uscito nemmeno in caso di pieno recupero del titolare di posto 2. Insomma, butta giù una media di 20 palloni a partita, serve come un indemoniato, non balla la macarena come gran parte degli esterni a muro e risponde presente in copertura. Per farla breve, l’opposto ideale di Nikola Grbic. Sicuri di volere Boyer, eh?

Potenziale occasione, dicevamo. A una gara 1 straordinaria per qualità e incertezza del risultato, e che Trento ha fatto sua nel rush finale dopo aver rischiato la rimonta, ha fatto da contraltare una seconda sfida di puri nervi, con entrambe provenienti da risultati pessimi in Europa e consapevoli di dover vivere una settimana spalle al muro. L’ha spuntata Verona, aggrappandosi all’ultima porta rimasta aperta.

La Diatec, quella porta, l’ha poi chiusa sei giorni dopo, con una dimostrazione di autorità finora sconosciuta in stagione, dando l’illusione alla Calzedonia di poter rientrare in gara in un piccolo frangente di secondo set per poi affossarla definitivamente nel terzo.

Semi playoff sfumata, rimonta in Cev Cup mancata, Verona riparte dal purgatorio dei playoff per un posto in Challenge Cup. Non esattamente comodo come starsene su quella sedia in riva all’Adige.

Photo Credit: Bonalorephotos

I’m Not There

Non so chi di voi ha visto Io non sono qui, il film biografico – molto sui generis – sulla vita di Bob Dylan.

C’è una scena, nel capitolo dedicato alla “stella elettrica” Robbie Clark, nella quale il protagonista (il mai abbastanza rimpianto Heath Ledger) sale su una moto, la accende, parte, perde il controllo e si fracassa contro un muro, mentre Claire-Charlotte Gainsbourg lo prende amabilmente per il culo.

Ecco, immaginate per un attimo che la moto rappresenti allegoricamente la Diatec Trentino, e Luca Vettori nelle scomode vesti di Robbie Clark.

L’opposto di Parma non è ancora riuscito a domare la due ruote targata Diego Mosna, nonostante Lorenzetti abbia trovato un meccanico serbo e mancino abbastanza ferrato per provare a sistemarne il motore. Il ritorno da protagonista di un Uros Kovacević relativamente sano, oltre alla rincorsa verso i piani altissimi della Superlega, rappresenterebbe l’occasione per donare quel briciolo di calma in più a Vettori per mettere insieme i pezzi di una prima parte di stagione piena di ombre, capace com’è l’ex Verona di catalizzare su di sé gran parte delle uscite di palla di Giannelli.

Evidentemente, ancora non basta.

I volti conosciuti, siano essi noti al grande pubblico come a un gruppo quasi elitario come quello della pallavolo, divengono inevitabilmente oggetto di idealizzazione, specie se escono, ognuno a modo loro, dai binari dell’identificazione canonica che caratterizza lo sportivo medio. Vettori, in tal senso, è sempre stato fortemente identificato e idealizzato: intellettuale, introspettivo, intrigante, filosofo, idolo suo malgrado di una nutrita schiera di fans, appiccicargli un’etichetta è stato per molti sport nazionale e credo che il primo a non essere troppo contento di questa elevazione a santino sia proprio lui.

Prendendo atto dell’ovvietà, e parlando di fatti tangibili, il 2017 pallavolistico di Vettori poteva essere abbagliante, di fatto è stato la doppia freccia di un parcheggio in seconda fila, prima inghiottito dagli ultimi mesi in una Modena senza troppo mordente, poi dall’estate non felicissima della nazionale azzurra. La separazione tra lui e l’ambiente emiliano non ha dato l’impressione di essersi risolta consensualmente: Luchino ha salutato Modena su Facebook dedicandole un bellissimo testo, un po’ la sua Giugno ’73 di commiato; di contro, una parte della sua ex tifoseria non ha perso occasione di beccarlo nelle prime uscite in maglia trentina, costruendoci attorno pure un merchandising-sfottò nemmeno troppo underground. Per farla breve, non l’hanno presa proprio con un “E’ stato meglio lasciarci che non esserci mai incontrati”, eppure di giocatori che se ne vanno è pieno il mondo, qualcuno in passato mi diede l’impressione di separarsi in maniera ben peggiore (tipo Giba e Cuneo, tanto per fare un nome), ma si tratta di un astio che, nel mio non avere bandiera, rimane abbastanza inspiegabile. Me ne farò una ragione, e lui credo altrettanto.

Le menti riflessive sono più complicate da irregimentare, da piegare al volere di un pensiero unico. E’ altrettanto vero che le persone vanno conosciute, e noi Vettori non lo conosciamo, né abbiamo la pretesa di farlo da lontano; ciò che possiamo giudicare è ciò che vediamo, ascoltiamo, leggiamo. Di sicuro, Luchino è uno che pensa e non si adegua per partito preso. Come quando non si allineò, per esempio, alla richiesta fatta agli olimpionici di firmare per la candidatura di Roma ai Giochi del 2024 (fu l’unico, su 69 atleti, ad esprimere parere contrario).

Forse il Vettori sportivo non si è mai adeguato nemmeno a se stesso, a quello sguardo che non si scrolla mai di dosso un certo velo di tristezza. Il problema è che, ad oggi, non ha ancora trovato la chiave per adeguarsi a Trento: il girone di andata mediocre, le frequenti sostituzioni con il finora misconosciuto – almeno per questi livelli – Renee Teppan (a volte preferito in campo da Lorenzetti sin dall’inizio), le percentuali di realizzazione costantemente in picchiata. Tutto questo nonostante si percepisca dalla sua presenza una certa vena volitiva in copertura, una fase di gioco in cui, se escludiamo la qualità spesso non eccelsa degli appoggi, ha mostrato un sensibile miglioramento.

I tiepidi segnali di risveglio dopo il turno di Champions con l’Arkas Izmir e la trasferta di Castellana Grotte potevano essere il preludio per una Coppa Italia della svolta, ma Trento ci è arrivata malissimo, mentalmente prima ancora che tecnicamente, soggiogata dall’asfissiante trittico battuta-muro-difesa di Perugia e dal proprio smarrimento tattico, fattori che hanno ingabbiato anche il meraviglioso Kovacević da cinquanta punti in due partite immediatamente precedenti. Fatta eccezione per il primo set da orrore e raccapriccio, Vettori dalla semifinale non ne è nemmeno uscito troppo male, ma incapace di prendere possesso del centro nevralgico della distribuzione (anch’essa parecchio offuscata) di Giannelli.

Andrea Zorzi, in una splendida intervista che gli fece qualche mese fa, disse di lui che “non sai mai dov’è veramente”. Gli copio pari pari l’impressione in quanto la mia è esattamente la stessa: è come se il suo sguardo fosse sempre da un’altra parte, e non lo dico con accezione negativa, ma con la curiosità e l’interesse che inevitabilmente smuove questa sua percepita assenza. Nel video dell’intervista Vettori, in risposta ad un appunto di Zorzi che lo definisce un po’ rigido, dice che è come se a volte al suo stesso braccio mancasse l’immaginazione, come se si sentisse soffocato. Chissà, forse quella sensazione deriva proprio dalla riflessione, dalla costante elucubrazione mentale che non si scinde dallo scorrere della partita, dalle diverse forme di una mente sempre in movimento che soggioga l’immediatezza del gesto. Troppo poco “atleta in toto” per un solo pensiero alla volta.

Intro(spettiva) di Coppa

Spesso mi chiedo chi me lo faccia fare di perdere tempo, energie e soldi per progetti come questo. Rinunciare ogni volta alle ferie perché ci sono da organizzare trasferte lontane per i play-off, la F4 di ChampionsLeague a Roma, la World League a destra e a manca, i Mondiali, il tutto da incastrare con un lavoro e quindi con richiesta di permessi. Sperare che la Lega anticipi partite lontane da me al sabato per non dover prendere ferie a lavoro. Ogni volta che amici ti propongono un weekend fuori stare lì a studiare il calendario perché non capiti in una giornata particolarmente interessante e non sempre con risultati positivi, tanto che ti ritrovi alle 18 di una domenica in un hotel a Madrid a cercare un modo per vedere RaiSport (grazie Sil, preziosa come sempre). Cercare di far incastrare la Superlega con la squadra di A2 della mia città e con le “mie bimbe” di prima divisione, senza mai rinunciare alla possibilità di andare a vedere amici che giocano in serie minori o nel campionato Uisp. Tempo, energie e soldi che credi di spendere bene fino a che, ogni santissima volta, non vedi gente che fa un centesimo di te per questo sport ed è comunque sempre un passo avanti a te.
Poi però entro in un palazzetto vuoto, mi siedo a bordo campo e lo osservo riempirsi piano piano e tutto è più chiaro. Penso che gioco a pallavolo da 30 anni e ancora mi diverto come il primo giorno, penso a tutte le belle persone che ho conosciuto grazie a questo sport, ai rapporti sinceri che sto costruendo adesso e che sicuramente dureranno nel tempo. Penso all’emozione di un mio ex compagno di squadra che, dopo anni di militanza in A2, si commuove e piange come un bambino con in mano il trofeo della Coppa Italia Misto Uisp in un palazzetto di Rimini. Penso al nodo in gola che mi viene ogni volta che vedo il rapporto meraviglioso che ha Atanasijević con i suoi tifosi. Mi emoziono per una diagonale stretta di Kovacević col muro a tre, per un palleggio di De Cecco, per una pipe di Leon, per un muro a uno di Zaytsev, per un primo tempo schiantato nei tre metri di Simon, per una difesa di Colaci. Sono felice di vedere giovani di talento buttati nella mischia di un campionato come il nostro e uscirne fuori con un carattere che non ti aspetteresti mai, giovani come Giannelli, Argenta e Giuliani. Penso a quanto io sia fortunata di poter passare del tempo a chiacchierare con ex giocatori che hanno fatto la storia del volley, con direttori sportivi, procuratori e tutti quelli che vivono di questo. E alla fine, quando ormai il palazzetto è pieno, tutto è chiaro: è l’amore per la pallavolo il motore di tutto. E come ogni storia d’amore ci sono i momenti belli e quelli brutti, i dubbi, la tentazione di mollare pur di non scendere a compromessi, i pianti e i sorrisi, i tradimenti e le promesse di amore eterno, le litigate e fare la pace, i progetti e le delusioni. Ecco che la domanda finale è “rinunceresti mai a una storia d’amore?” e la risposta è immediata e sicura.

“No”.

Simona Bernardini