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Storia dell’assedio di Perugia

C’è un libro magnifico di Josè Saramago, che lessi qualche anno fa e che mi tolse anima, cuore e svariati ettolitri di lacrime. Lo definirono la più bella storia d’amore mai scritta e, qualora tale affermazione non fosse vera, è comunque molto vicina ad esserlo.

Racconta di un uomo ordinario, Raimundo Silva, un anonimo revisore di bozze che, nel correggere il testo di un saggio, Storia dell’assedio di Lisbona, in un impeto di intraprendenza e senza alcuna parvenza di logica decide di inserire una negazione all’interno di un passaggio cruciale del libro, stravolgendone di fatto il significato.

Mentre il revisore attende inquieto le ripercussioni conseguenti alla folle iniziativa, è proprio la funzionaria della casa editrice, chiamata a giudicare e prendere provvedimenti sul falso storico creato da quel “non” inserito inappropriatamente, a rimanere colpita dalla sfrontatezza inaspettata dell’uomo. Non prenderà provvedimenti disciplinari nei suoi confronti, al contrario lo spronerà a scrivere una sua, personalissima, storia dell’assedio, una storia in cui i Crociati non aiuteranno i portoghesi. Lo spingerà oltre i propri limiti, a sostenere quella negazione di troppo, rimanendo fedele al proprio gesto.

Ora, mettiamo il caso che ci sia una squadra ad un passo dal suo primo scudetto dopo una stagione dominante e dopo anni di investimenti di peso. Cosa farebbero gli ipotetici dèi del volley, in una domenica di maggio del 2018, se fossero chiamati a decidere le sorti di questa squadra considerando che, esattamente dodici anni prima, si era verificata una situazione molto simile, quando non identica, a quella dei giorni nostri? Cosa succederebbe se i suddetti dèi rivedessero il ricorso storico della trama e venisse loro in mente di inserire un deleatur?

“Ha detto il revisore, Sì, il nome di questo segno è deleatur, lo usiamo quando abbiamo bisogno di sopprimere e cancellare, la parola stessa lo dice, e vale sia per lettere singole che per parole intere, Mi ricorda un serpente che si fosse pentito al momento di mordersi la coda, Ben detto, dottore, davvero, per quanto siamo aggrappati alla vita, perfino una serpe esiterebbe dinanzi all’eternità, Mi faccia il disegno, ma lentamente, È facilissimo, basta prendere il verso, guardando distrattamente si pensa che la mano stia tracciando il terribile cerchio, invece no, noti che non ho chiuso il movimento qui dove lo avevo cominciato, ci sono passato accanto, all’interno, e adesso proseguirò verso il basso fino a tagliare la parte inferiore della curva, in fondo sembra proprio la lettera Q maiuscola, niente di più, Che peccato, un disegno che prometteva tanto, Accontentiamoci con l’illusione della somiglianza, ma in verità le dico, dottore, se posso esprimermi in stile profetico, che l’interessante della vita è sempre stato proprio nelle differenze.”

La premessa letteraria merita perlomeno una spiegazione, se non altro per chi non ha abbastanza anni o sufficiente memoria per ricordarsi gli antefatti.

Anno 2006, la Lube Banca Marche allora di casa a Macerata vince il suo primo scudetto contro i campioni uscenti della Sisley Treviso, dominando gara 5 dopo una serie all’insegna dell’assoluto equilibrio. Potremmo fermarci qui, ma la statistica decide di giocare un brutto scherzo ed ecco che notiamo come quella Lube, al tempo, avesse la sua asse portante in un opposto serbo di 27 anni, un centrale – anche lui serbo – di 31, e nel libero titolare della nazionale italiana, pugliese, di 33. Atanasijevic-Podrascanin-Colaci come Miljkovic-Geric-Corsano, esattamente dodici anni dopo, con numerose analogie e Civitanova, suo malgrado, costretta a cambiare ruolo e vestire i panni di coprotagonista che fu di Treviso al tempo: un gruppo già vincente, che gioca a memoria, ma arrivato svuotato nella partita più importante, maltrattato da colei che è stata, senza ombra di dubbio, la squadra dominante della stagione.

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“Che ne sarebbe di noi se non esistesse il deleatur, ha sospirato il revisore”

Gli dèi del volley non hanno avuto, dunque, la stessa sfrontatezza di Raimundo Silva: nessuna negazione di troppo ha impedito che la tanto attesa prima volta di Perugia prendesse pieghe pericolose, ricalcando anzi il precedente storico in numerosi aspetti. A cominciare da Aleksandar Atanasijevic, MVP delle finali così come lo fu al tempo Ivan Miljkovic. Della pesantissima eredità che Bata si è accollato dopo il saluto del fenomenale opposto di Nis parlammo già alcuni mesi fa; posto che il paragone tecnico tra epoche diverse è sport da tastiera spesso inutile – e dodici anni nel volley attuale sono un’era geologica – e ribadito l’ovvio talento offensivo di Atanasijevic, continuo a ritenere Miljkovic di altra categoria in termini di carisma, presenza in campo e personalità (parliamo di uno che a 21 anni vinse un’Olimpiade da MVP e che nel 2005-2006 fu praticamente ingiocabile per gli esseri umani), ma le similitudini sono evidenti così come il background di entrambi, ritenuti da più parti, per il campionato italiano, troppo poco incisivi nei momenti cruciali prima di appiccicarsi quel pezzetto di stoffa sul petto.

Forzando ancora di più la mano sul paragone, ritengo la Perugia di quest’anno di qualità complessiva decisamente superiore alla Macerata di allora, che ruotava attorno allo strapotere di un giocatore e nelle difficoltà ebbe la capacità – e un po’ di fortuna – di trovare risorse di supporto insperate (vedi alla voce Renaud Herpe, mai più visto a quei livelli). La Sir ha invece messo in campo un sistema corale in cui tutti gli elementi coinvolti hanno trovato il modo di esprimersi al meglio, orchestrati da un De Cecco come di consueto illuminante ma mai così continuativamente lucido e innescati dalla sicurezza portata in seconda linea dall’inserimento di Massimo Colaci, a ulteriore dimostrazione (qualora ce ne fosse bisogno) che, più delle percentuali, la differenza in trincea la fa la leadership di chi quella trincea la guida, ed in questo il piccolo Max è stato un gigante.

Con queste premesse, anche chi sulla carta compariva alla voce anelli deboli (Anzani) ha cacciato fuori dal cilindro un’annata di profilo altissimo e le discontinuità di Russell sono state abilmente tamponate da un Berger presente alla chiamata, la puntualità di Zaytsev nel rush finale – dopo aver fatto quasi pace con il ruolo di martello – ha fatto il resto. Capitolo a parte meriterebbe Marko Podrascanin, salvato in rubrica alla voce sentenza e per il quale si sono esauriti gli aggettivi, capace com’é di essere mostruosamente determinante in qualsiasi squadra da quando aveva 19 anni, una costanza di rendimento nel ruolo con pochi eguali al mondo, finalmente benedetto da un palleggiatore in grado di esaltarne prepotentemente le caratteristiche.

La Sir non ha ancora ultimato la stagione, settimana prossima la aspetta la Final Four di Champions League a Kazan dove avrebbe – padroni di casa permettendo, molto permettendo – l’opportunità di detronizzare i dominatori pluriennali del torneo e completare un Grande Slam senza eguali. L’impresa appare complessa, di certo Perugia potrà giocare a mente libera e qualora non arrivasse il risultato resterebbe in ogni caso una stagione pazzesca. Sarà ad ottobre prossimo che capiremo se avrà le spalle abbastanza larghe per reggere il peso della riconferma. Ma è lecito, per Gino Sirci come per i ragazzi, non pensarci ora.

“Da Lisbona a Vladivostok”, disse proprio il presidentissimo, di ritorno dall’argento di Champions, non più tardi di un anno fa. Manco a farlo apposta.

Photo Credit: Legavolley.it

Bata, l’eterno ritorno dei vent’anni

Comincio con un’ammissione di colpa: nello sport, come in tutti gli aspetti della vita, sono sempre stata fortissimamente sentimentale, di quelle che si legano morbosamente ai gesti e ai simbolismi.
Per cui lo ammetto: avendo passato i miei vent’anni ormai da un po’, vedere quel numero 14 sulla divisa serba di Aleksandar Atanasijevic mi ha sempre creato qualche problema.

Intendiamoci, non è colpa sua. Lui quel 14, da Sua Maestà Ivan Miljkovic, lo ha ereditato e fortemente voluto, prendendo sempre il gigante di Nis ad esempio e modello, eppure ci vedevo sempre qualcosa di stridente, come se non potessi superare la rassegnazione, la consapevolezza del fatto che Ivan non sarebbe tornato mai (per ovvi motivi anagrafici, ma sono particolari che ai sentimentali non interessano).

Bata, però, è uno di quei personaggi che questo sport lo amano e te lo fanno amare per osmosi. E’ sanguigno, puro, empatico, emozionale, entusiasta, uno che la partita la vive appieno, con sfumature vicine a quelle di un tifoso e lo dico nel senso più positivo del termine. Tifosi con cui stringe un legame viscerale, come a Roma, subito dopo la finale di Champions League persa contro lo Zenit Kazan, quando si diresse verso il settore della Sir per cantare assieme a loro nonostante una sconfitta, invero, quasi scritta in partenza, considerato il valore della corazzata russa. Come a Civitanova una ventina di giorni fa dopo la finale di Supercoppa, il primo trofeo vinto da Perugia, una Perugia mai così “sua” sotto il profilo emozionale prima ancora che prettamente pallavolistico.

L’opposto della Sir viene da un’estate difficile, vissuta nell’inaspettata ombra di Drazen Luburic, preferito a lui da Nikola Grbic per questioni tecniche probabilmente legate a una maggiore duttilità a tutto campo di colui che, almeno fino a giugno, era unanimemente quanto ovviamente considerato la seconda scelta. La Serbia, lo sappiamo, si è portata a casa un bronzo europeo, che poteva essere molto di più se non avesse perso la testa tra quarto e quinto set della semifinale. Ecco, non so come l’abbia presa Bata: per quanto uomo squadra – e su questo mi ci giocherei la casa – stare nel box delle riserve non gli si addice, e credo lo sappia anche lui.

Per questo, forse, pare aver rovesciato tutta la frustrazione estiva in queste prime giornate di Superlega. L’ha presa, ribaltata, trasformata in positivo, utilizzata per redimere la sua estate in ibernazione macinando la sua solita dose di punti e limando i suoi difetti. Domenica scorsa, dopo aver rullato Verona, ha detto ai microfoni della tv umbra che in difesa fa ancora cagare; il francesismo rende ancora l’idea, eppure lui ci prova, a volte a caso, occasionalmente rischiando di decapitare qualche compagno, però con nobili intenzioni, così come a muro resta fallace (fermo restando che gli esterni con un buon posizionamento e piano di rimbalzo nel fondamentale sono al momento pochissimi al mondo), ma con l’impegno di uno che sente di dover perdonare qualcosa a se stesso.

Per tutto questo, per l’estrema ed immediata esigenza di riscattarsi, l’ho preso ad occhi chiusi al Fantavolley.

Bata ha la spontaneità e la spregiudicatezza istintiva di quei vent’anni che, credo, non lo abbandoneranno mai. Nei lineamenti, nel movimento del tutto personale del servizio (con il braccio sinistro che per un attimo sembra voler arginare la foga del destro), in quello splendido mulinello d’attacco in diagonale, nell’ansia perenne da richiesta di videocheck che a tratti lo riempiresti di mazzate.
Uno di quei personaggi necessari, perché con la loro entusiasta irruenza ci tengono ancorati all’aspetto più ludico e puro del gioco, e ci portano a cantare assieme a loro.

Break Point

Photo Credit: Margherita Leone