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Mondiale in Cornice: capitolo secondo

Nelle puntate precedenti…


LOST (UNDER)DOGS

Slovenia – Unthought Known (Backspacer, 2009)

All’interno del bruttino Backspacer ad un certo punto sbuca fuori questo pezzo. Arriva al termine dell’unico filotto apprezzabile, quello che va da Just Breathe (valle di lacrime: non ho mai visto così tanta gente piangere come su Just Breathe, giuro) a, appunto, Unthought Known, che parte piano, cresce e deflagra nello stesso momento in cui ti rendi conto che la band che ti ha accompagnata per lunghi tratti della tua esistenza è ancora abbastanza sul pezzo. Terra tornata in asse, disco salvato e si può ricominciare a respirare.

Nel covo della Pool A dell’Italia c’è questa squadra che da un paio di mesi sta viaggiando sotto traccia nella periferia della pallavolo internazionale, ovvero la VNL dei poveri, ovvero la European League. Come si fa a ritenere pericolosa una squadra che si piazza al dodicesimo posto della serie B dei tornei estivi? Si fa, perché spesso – non sempre – i tornei estivi non contano una sega, e perché se diamo uno sguardo a chi ci troveremo di fronte a Firenze è legittimo mettersi in allarme. Ricordiamoci, tra l’altro, che l’Italia dagli sloveni si prese una ripassata non proprio gradevole nella semifinale europea di tre anni fa. Quella Slovenia era allenata da Giani (ora sulla panchina della Germania), ora c’è Boban Kovac (auguri, soprattutto a chi gli sta vicino quando sclera).

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Occhio a questo qui – Photo Credit: WorldOfVolley

Fatte le dovute premesse e posto che non ho la sfera di cristallo, considerata la solidità non sempre granitica dei nostri in ricezione a una squadra che al servizio schiera gente come Stern, Urnaut, Cebulj, Pajenk e Kozamernik, un tantino ci starei attenta. Confido che Blengini abbia imparato la lezione.

Puntiamo un euro sulla sorpresa del torneo? Puntiamo.

Belgio – Red Mosquito (No Code, 1996)

Dovevo trovare un modo per incastrare No Code da qualche parte: se la gioca con Vitalogy, forse perde solo al fotofinish e solo perché Vitalogy, quando lo acquistai, stravolse completamente quella che fino ad allora era la mia percezione del gruppo, che passò dall’essere uno dei tanti a una presenza costante di vita. Diciamo pure che Vitalogy mi ha abbastanza cambiato l’esistenza ma su disco No Code è invecchiato meglio.
Comunque, dovevo trovare un modo per mettere nel calderone Red Mosquito, che personalmente pongo sul podio delle mie preferite all time (anche questa suonata a Padova, arigrazie Eddie manco a farlo apposta) e che guarda un po’ si adatta perfettamente ai diavoli belgi.

Sono stato morso, dev’essere stato il diavolo,
Mi stava solo facendo
Una visitina, per ricordarmi della sua presenza
E per farmi sapere che è in attesa,
che mi sta aspettando, ooh
Se avessi saputo allora quello che so adesso

Il Belgio ci aspetta, anche lui reduce dal purgatorio della European League (presa appena più sul serio degli amici sloveni: sesto posto) e dopo averci sonoramente tranvato nei quarti dello scorso Europeo, in una delle peggiori uscite pubbliche dell’Italia dell’era Blengini.

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Verhees se la ride e ne ha ben donde 

Se solo Chicco lo avesse saputo, che i belgi potessero fare così male… eppure un po’ avrebbe dovuto sospettarlo, perché non parliamo esattamente di una squadra di scappati di casa. A partire da diverse vecchie conoscenze del nostro campionato: Simon Van De Voorde, Pieter Verhees e l’efebico, fascinoso capitano Sam Deroo (già in pole acchiappainquadrature, quota più bassa solo per l’ovvio Matt Anderson). Lineari e classici come questa ballata un po’ Led Zeppelin, un po’ Zio Neil Young. Il background musicale di ognuno di noi è determinante nel decretare i vincitore, ragion per cui non posso che adorarla.

Come spesso gli è capitato in passato, Blengini si è fatto travolgere dalla sottovalutazione di una squadra semplicemente ordinata, dunque perfetta per mettere alle corde la stentorea Italia presentatasi in Polonia lo scorso settembre dopo i tumulti del caso Shoesgate.
Ora che le scarpe sono a posto e gli avversari li conosciamo, evitiamo che le zanzare diventino dragoni.

Argentina – Love Boat Captain (Riot Act, 2002)


Leggo con dispiacere misto a stupore che Riot Act ha fatto schifo a molti. Ne prendo atto e lo confesso, Vostro Onore.
Riot Act, per me, è un album bellissimo. Che non inventa nulla e non esce dal seminato del background musicale della band, ma ammetto che i Pearl Jam in versione incazzata nera sono da sempre i miei preferiti, e in Riot Act sono incazzati neri. Con l’umanità, con Bush, con il fato, sono incazzati come possono esserlo dei quasi quarantenni nel post-Roskilde (dunque con dinamiche ovviamente diverse rispetto al decennio precedente) e il tutto emerge nel sound corale e struggente del gruppo e nella voce di Eddie mai così profonda e dilaniante. C’è solo una cosa che non ho mai perdonato a questo album, più precisamente allo stesso Vedder: l’inspiegabile scelta di sacrificare la folta chioma a favore di un tappetino vagamente militare, a dimostrazione del fatto che per trasformarsi da “frontman extrabono” a “impiegato ufficio tributi di Riola Sardo” il passo è più breve del previsto. Ma tant’è, era incazzato nero e doveva far incazzare pure noi.*

E’ proprio da Roskilde – ma non solo – che nasce Love Boat Captain. La scrisse Vedder in tandem con Kenneth “Boom” Gaspar, l’organista-turnista ormai diventata presenza fissa nel gruppo, un omone hawaiano fisicamente a metà tra Mansour Bahrami e Frank Lapidus di Lost su cui Ed mise occhi e orecchie mentre suonava l’organo a una veglia funebre. Anche Love Boat Captain fa schifo a molti, diciamo che per molti è la canzone del disco che fa più schifo. Ne (ri)prendo atto e mi espongo dicendo che, se non è la migliore, rientra nella lista dei primi sei pezzi dell’album che mi fanno volare molto (tipo, a me fa impazzire Cropduster, forse perché ho un feticismo irrisolto per i mid-tempo) e che si agganciano alla tripletta finale 1/2 Full – Arc – All Or None . Non so se mi piace vincere facile e nella giungla del gusto è tutto relativo, ma per un Riot Act 2.0 in uscita nel 2019, pure disinnescato e meno tragico, metterei la firma.

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❤ – Photo Credit: Volley News

Perché l’Argentina? Perché probabilmente non vincerà il Mondiale (ha troppe frecce spuntate nel suo arco d’attacco), ma ha due capitani che rappresentano l’amore per la pallavolo più di qualsiasi altra squadra in ballo. Perché un eventuale capitano dell’amore potrei immaginarmelo come quello in campo, l’Artista e regista illuminato Luciano De Cecco, aka il miglior palleggiatore del mondo. Ma soprattutto come quello in panchina, l’eterno Julio Velasco, uno che due cosette in vita sua le ha insegnate e continua ad insegnarle.

Come la traccia 3 di Riot Act, non vincerà il premio della più forte, ma è ugualmente necessaria.

*appena formulato il pensiero sui capelli, nelle mie scorribande sul web mi sono imbattuta in questo pezzo di Francesco Farabegoli su Bastonate, a ulteriore prova del fatto che Eddie in chioma corta faceva già schifo a tutti da tempo e che quando ti viene un’idea carina c’è sempre qualcuno che l’ha scritta meglio di te. Leggetelo questo listone, è splendido e divertentissimo.

Iran – Dissident (Vs., 1993)


Un dissidente è qui e risponde al nome di Saeid Marouf.
Nel caso dell’Iran di Igor Kolakovic non c’entrano aspetti sociopolitici, almeno non conosciamo vicende strettamente legate al soggetto (conosciamo bene, purtroppo, l’eterna assurdità delle donne iraniane interdette dai palazzetti del loro paese). La dissidenza del palleggiatore neo acquisto di Siena sta tutta nella sua estrosa idea di pallavolo che mal si sposa con il concetto tatticamente lineare di tutto il resto della squadra; insomma, parliamo di uno che per dieci minuti a partita decide di giocare come un semidio e tu sei lì che ti chiedi dove stracazzo sia stato per tutto questo tempo.
Ecco, il problema sta tutto nella durata: un set se va di lusso. Il corto circuito sotto la folta criniera di Marouf è sempre dietro l’angolo e chi lo conosce ne è ampiamente consapevole, così si gode quel briciolo di folle bellezza che il nostro dispensa ogni tanto.

 

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Non so onestamente cosa stesse tentando di fare – Photo Credit: FIVB

Il resto dell‘Iran non ha talento quanto Marouf e si poggia su una linearità semplice semplice, forte di peso e centimetri, che lui pare sadicamente divertirsi a scardinate. In ogni caso, se vi capita e se amate il ruolo, andate a vederlo. Vale comunque la pena.

Tra parentesi, per la centordicesima volta gli iraniani si troveranno accozzati agli amiconi della Polonia nel girone preliminare, nella fattispecie la Pool D di Varna, che si preannuncia raggruppamento ad altissimo potenziale botte. Qui si spera tutti che finalmente la questione si risolva, ché passare da Dissident a Blood è un attimo (qui il riassunto delle puntate precedenti).

The Unpredictables – Footsteps (“Jeremy” single, 1992)

In fondo quando stiliamo liste siamo tutti un po’ Nick Hornby, poi spesso ci perdiamo dei pezzi. Capita, è il bello delle liste.

Da amante del gruppo ho questo tarlo idiota nel cervello che continua a ritenere uno scempio l’esclusione di Footsteps da Ten. Primo, perché trattasi della chiusura della trilogia Momma-Son e doveva starci per pura questione di coerenza; secondo, perché a distanza di 27 anni ho questo sogno di prendere Ten e rivoltarlo come un calzino, cambiare l’ordine dei pezzi e strutturarlo come un’opera rock basata proprio sui temi di Momma-Son. Terzo, perché Footsteps è bellissima in ogni sua forma e da amante sì del gruppo, ma con andamento a elastico in quasi vent’anni che ci conosciamo, l’ho scoperta molto tardi e quasi per caso.
Sì, sono un’idiota.

Tutto questo per arrivare a dire che puoi fare tutte le supposizioni che vuoi sulla potenziale sorpresa del torneo, poi dal nulla sbuca una Spagna 2007 o una Cuba 2010 sostanzialmente impronosticabile che fa saltare il banco e pace alla nostra vena di pseudo-intenditori. Da qui al 30 settembre potrebbe pure succedere; non saprei onestamente pescarne una al di fuori di quelle già citate, ma se è vero che la condizione del momento è decisiva, chissà.

E allora, alle inaspettate, dedichiamola ‘sta Footsteps. Lasciamo che saltino fuori queste sorprese per le quali tifare, fosse per simpatia, spirito di rivalsa, bel gioco o chissà che altro. Le accoglieremo con piacere.

••• CONTINUA •••