Archivi tag: Pearl Jam

Mondiale in Cornice: Capitolo Primo

Scrivo questa piccola saga in totale consapevolezza del puro piacere personale che ne trarrò e con l’intento, spero non vano, che due mondi possano conoscersi almeno un po’.

La scrivo perché unisce due passioni in me vivissime e salvifiche.

La scrivo perché i Pearl Jam sono diventati involontari protagonisti, durante l’estate, di una delle querelle social più grottesche di sempre (con Rita Pavone, che salutiamo); soprattutto, mi hanno fatto compagnia nel mio girovagare in auto, ogni viaggio un album diverso alla riscoperta di pezzi bellissimi che non ricordavo, altri meno belli che forse era meglio non ricordare (per fortuna pochi, rispetto al totale), altri ancora che non mi ero mai filata più di tanto e ora “sticazzi che meraviglia”.

La scrivo perché sono atea, ma in Eddie Vedder tutto sommato credo, un po’ come credi all’amico di una vita che ti rapisce nei – e dai – momenti bui, forse perché, citando Pete Townshend, “lui può sopportarlo“. Pare che al nostro piccolo grande surfer questa cosa capiti da sempre e attraverso più generazioni. 

Avvertenze: NON è una classifica, quindi pochi sgomitamenti sul perché o per come. Trattasi di puro divertissement nell’associare, ad ognuna delle formazioni potenzialmente significative del torneo, una canzone, nella speranza che chi apprezza uno dei mondi possa in qualche modo approcciarsi all’altro. Non è nemmeno un riassunto dei miei pezzi preferiti del gruppo, anzi, del mio virtuale podio ce n’è solo uno, anche perché i Pearl Jam, per un certo tipo di ascoltatori, sono una questione privata, una soundtrack della vita che non va svelata in quanto parte di un percorso personale che va di pari passo con loro. Sono altresì convinta che il gruppo vada letto tanto quanto ascoltato, la bibliografia in tal senso è molto vasta e in queste tre puntate troverete alcuni riferimenti. 

Insomma, questa saga è un gioco in gran parte inutile: per un’analisi più puntuale del torneo vi rimando a quanto scritto in precedenza, per una valutazione musicale degna a chi sa farla per davvero.

Spero vi divertiate comunque.

CAPITOLO PRIMO:
6 AGAINST 6

Cominciamo questo crossover sportivo-musicale con le squadre accreditate come favorite, o presunte tali. In rigoroso ordine sparso.

Serbia – Corduroy (Vitalogy, 1994)


L’attesa mi ha fatto impazzire
Finalmente sei qui e io sono conciato da schifo

EH.

Nei primi due versi di Corduroy è concentrata la condizione – attuale e del passato recente – della Serbia di Nikola Grbić, squadra che, lo dico esponendomi senza alcun timore, sta in vetta alla mia personale classifica simpatia da quando ancora si chiamava Jugoslavia, un’Olimpiade la portava a casa e Grbić invece di sedere in panchina stava in campo a dipingere capolavori. Il tempo, ahimè, passa anche per le divinità, sta di fatto che dopo il suo ritiro al quartier generale di Belgrado stanno ancora cercando un regista sufficientemente presentabile. Insomma, in un periodo storico in cui i palleggiatori sono tornati a fare pesantemente la differenza, se vuoi competere per la vittoria in un Mondiale o ti chiami Russia oppure ti serve un direttore d’orchestra di livello. In questo, il bravino Jovović l’ho visto in preoccupante involuzione nell’ultimo anno e mezzo e non in grado di guidare a dovere questa allegra compagnia di smandruppati sbevazzoni appena usciti dal casting di un film di Kusturica.

 

WhatsApp Image 2018-08-23 at 18.13.49
Le preparazioni estive, quelle belle – Photo credit: Buculjevic official IG Profile


I don’t want to take what you can give
. La Serbia ha un potenziale d’attacco da fare invidia a tutto il mondo tranne, appunto, la Russia. Peccato manchi sempre qualcos’altro: la già citata regia, una ricezione da minimo sindacale, soprattutto la capacità mentale di rimanere in partita per più di un’ora. E’ quella squadra che arriva malissimo alle qualificazioni olimpiche e resta fuori dai Giochi (Rio 2016), salvo poi presentarsi senza pressioni addosso in World League qualche mese dopo e dimostrare che nel novero delle 12, volendo, ci sarebbe comodamente stata. La stessa squadra che un anno dopo ha l’accesso alla finale europea in mano e se la fa fregare. Una canzone rabbiosamente bella che su disco suona sempre troppo lenta.

Russia – Even Flow (Ten, 1991)


Il torneo che sta per cominciare tra Italia e Bulgaria è oggettivamente molto aperto, c’è un discreto mucchietto di formazioni candidate al titolo che potrebbero vincerlo senza far gridare nessuno al miracolo, ma se proprio dobbiamo fare il nome di chi, nell’ultimo anno solare, ha convinto di più, allora diciamo Russia, e iniziamo con una peculiarità che solo i ragazzi di Shlyapnikov hanno, ovvero essere talmente forti da potersi permettere un palleggiatore discreto senza soffrirne le lacune creative.

Questo per due motivi: c’è tanta palla alta di qualità e giocano una pallavolo tatticamente ferma a Gorbaciov, cosa che ha attirato critiche più o meno feroci da parte di un nutrito gruppo di appassionati deciso a derubricare i russi dentro la categoria “brutti e cattivi”. L’analisi è sbagliata, o quantomeno imprecisa: il punto è che per la Russia vale lo stesso discorso che a livello di club si fa con lo Zenit di Kazan, ovvero che non ha bisogno di particolari spunti creativi per buttare giù palla, e se questo da una parte vuole sì dire che ci sono squadre enormemente più belle da vedere giocare, dall’altra non può sminuire il talento individuale di gente come Mikhailov e Volkov, tanto per fare i due nomi attualmente più rappresentativi (per dire, quando a Kliuka non staccano la corrente, avercene di S2 del genere). Evitiamo poi il discorso Muserskij, uno che farebbe paura con la sola presenza ma che di fatto porta un plus enorme al centro della rete anche come alternativa offensiva.

mikimuesli
Photo credit: Volleynews.it

È questo il flusso costante dei russi: è Mikhailov che nella sua completezza giganteggia come un assolo di Mike McCready dietro la schiena. Dmitrij Volkov – nel suo essere la versione pallavolisticamente erudita di Spiridonov – è Vedder che si arrampica su un’impalcatura, il centralone è l’ombra lunga del muro e la rassegnazione di un buco subìto nei tre metri, come la batteria infinita di Matt Cameron in un live di una dozzina di anni fa. Un martellare continuo di pesante esaltazione, come una Even Flow che cresce di intensità, rigorosamente suonata dal vivo.

Brasile – Alive (Ten, 1991)

Va beh. C’è canzone dei Pearl Jam più universalmente iconica di Alive?

Chiunque di voi l’ha sentita, ballata, canticchiata, forse pure schifata (voi siete pazzi) almeno una volta. E come non associarla alla nazionale simbolo degli ultimi sedici anni di pallavolo?

Mostruosamente dominante tra 2002 e 2006, periodo in cui la Selecao faceva un po’ quel che gli pareva (tanto gli altri erano ancora fermi al XX secolo), nel tempo qualche avversario credibile si è affacciato, ma mai con la necessaria continuità per buttarli giù da un ranking FIVB che ormai li vede davanti da cento ere geologiche. Eppure, nonostante generazioni che cambiano, nonostante un paio di ori olimpici entrati dalla porta e usciti dalla finestra (Londra 2012, soprattutto), nonostante a volte sembra siano sul punto di scuoiarsi tra loro e non abbiano tutta ‘sta voglia di impegnarsi, i brasiliani li devi battere sul piano della mentalità, plus che non li ha mai abbandonati nemmeno quando a gente come Nalbert, Giba, Dante Amaral e Murilo è succeduto Lipe (sì, c’è ancora).

lipe
Pensavate, eh? – Photo credit: Oliwia Kedzia

Il Brasile è ancora vivo e in tal senso l’esempio di Rio 2016 è lampante: bruttino (eufemismo) nella fase a gironi, salva reputazione e chiappe all’ultima partita in uno scontro a fuoco con l’altrettanto orribile Francia, il tutto mentre Rezende figlio fatica ad intrecciare trame di gioco lucide e Rezende padre, in panchina, impreca e gesticola ad occhi sgranati generando una quantità di meme tale da riempire gli archivi degli smartphone dell’intero globo terracqueo. Tempo di sbuffare ancora un po’ con l’Argentina nei quarti, arrivati in semifinale i verdeoro sentono l’odore del sangue, mettono la sesta e buonanotte ai suonatori (Italia compresa).

L’assatanato Bernardo ha salutato dopo quasi due decenni e ora sulla sedia più prestigiosa degli anni ‘00-’10 siede Renan Dal Zotto, non certo l’ultimo arrivato ma con il compito non facile di proseguire un ciclo non più così dominante ma che sembra non esaurirsi mai.

A margine, Alive è la trasposizione in musica di parte dell’esistenza di Vedder, precisamente tratta del tempo in cui Eddie di cognome faceva ancora Mueller e scoprì che chi pensava fosse il suo vero padre era, in realtà, il suo patrigno.

Non pensiamo sia il caso di Bruno, ma vai a capire la vita.

 

USA – Thin Air (Binaural, 2000)

Annus Jubileus, non ho ancora 16 anni e il primo disco dei Pearl Jam che compro è Binaural. Che culo.

Il motivo è banalissimo: era appena uscito, ero adolescente e mi ero lasciata irretire da Nothing As It Seems (voto 6 di stima, oggi). Se becchi Binaural come first album della tua vita, con i Pearl Jam o ti va bene bene o ti va male male. Non perché sia brutto (i nostri hanno fatto tanto – molto – meglio quanto peggio, anzi riascoltato dopo anni cose come Rival e soprattutto Parting Ways tendi a rivalutarle… il fatto poi che io sia scoppiata a piangere ascoltando Parting Ways dopo tipo quindici anni è a margine del racconto), quanto perché non è esattamente il manifesto che utilizzerei come primo approccio al gruppo. E poi in queste cose l’età conta, per cui a quasi sedici anni e con alle porte un biennio di totale perdizione per i Nirvana, penso che ad un certo punto con i PJ stesse per andarmi male male. Poi incrociai Thin Air.

Ecco, a me Thin Air piace e non poco, è una ballata così dolce e rarefatta che farei ascoltare a un bimbo per farlo addormentare. Lo stesso bimbo che, qualora da grande volesse giocare a pallavolo, spedirei negli States per imparare a stare in un campo 9×9 e giocare un bagher come si deve (a ben vedere l’unico che non ce l’ha fatta è Aaron Russell, come insegna la nostra sempre attendibile sentenza Simona Bernardini).

Tutto questo per dire che gli USA di John Speraw hanno una propria collocazione nell’ecosistema della FIVB per il solo fatto di ricordarci che a pallavolo sanno giocare estremamente bene, così come Thin Air si pianta in mezzo a Binaural per farlo salire, nella graduatoria della me sedicenne, dal “così così” al “passabile, dai”.

Tolta un’edizione clamorosa dei Giochi in cui distrussero i brasiliani in finale (Pechino 2008) il problema degli USA, molto spesso, è lo schema da gatti in tangenziale che adottano in maniera scientifica quando è ora di giocare i punti sopra il 20 nei set decisivi. Ok, tutti si ricordano la serie al servizio di Zaytsev che ci salvò il didietro nel famoso quarto parziale della semifinale di Rio, in pochi sottolinearono come quella serie iniziò con una fossa a muro di Anderson (colpo chiusissimo) e una ciabattata terra aria di uno dei due martelli (scusate, io Russell e Sander li confondo peggio delle gemelle Kessler). Il naufragio dopo un solo break point a metà del quinto e decisivo set la disse poi lunga sullo stato confusionale della squadra e dello stesso Speraw, che con la ricezione in bambola non pensò minimamente a un giro dietro di Priddy (mossa che, guarda un po’, salvò la baracca a stelle e strisce due giorni dopo nella finalina per il bronzo). Beninteso, la partita resta epica e una delle più belle che io abbia mai avuto la fortuna di vedere, ma per onestà intellettuale va detto che, se gli USA partono sempre tra le favorite e non arrivano mai a giocarsi in maniera tangibile il titolo, un motivo forse c’è.

usa
Quando si dice “cogliere al volo il problema”, by Erik Shoji – Photo credit: NBC Sports

Stati Uniti che in fondo restano sempre una Thin Air, indiscutibilmente belli e rarefatti come un calendario di Matt Anderson, ma senza il graffio e la sofferenza di un’Italia più brutta, sporca e cattiva che finisce nel baratro, si rialza e si fa Better Man.

Francia – Sirens (Lightning Bolt, 2013)

A chiunque è capitato di innamorarsi – magari temporaneamente – di una canzone non troppo spettacolare solo per averla ascoltata incessantemente in un momento in cui aveva un senso farlo. A me è successo con Sirens.

Ora, non voglio tirarmela né fare la passatista a tutti i costi, ma Lightning Bolt, nel suo complesso, lo digerisco peggio di una peperonata a merenda. Giuro che ogni volta ci provo, ma niente, nemmeno se evito di arrivare a Future Days, che ogni volta spero non esista perché troppo brutta per essere vera (in realtà Future Days è una canzone scritta per la reunion dei Backstreet Boys finita accidentalmente in un disco dei Pearl Jam). Tolta Pendulum, che qualcosa mi significa e che Vedder ha ben pensato di inserire come inaspettato opening a Padova (grazie Eddie), a voler esser buona del resto salvo Yellow Moon, Sleeping By Myself – che continuo a preferire in versione solo ukulele – e un po’ Getaway perché come divertissement da stadio tutto sommato suona bene. Disgraziatamente, però, capita che un determinato disco esca in un determinato periodo della tua vita pieno di belle speranze ed ecco che riesci a farti piacere in modo smodato Sirens, nonostante i settecentotrentacinque passaggi radiofonici quotidiani, a cavallo tra 2013 e 2014, rischino di minare nel profondo la tua già precaria obiettività di giudizio.

Sirens a me sembrava bellissima come ogni anno sembra bellissima la Francia in World League, ora Volleyball Nations League (ma sempre la stessa minestra è). Del novero delle favorite è di certo la squadra con meno tradizione, salita prepotentemente alla ribalta della pallavolo che conta giusto da quattro anni a questa parte grazie a una manciata di talenti fuori categoria (Ngapeth, Toniutti, Grebennikov) e un sistema di gioco che, quando approccia bene la situazione, mangia serenamente in testa al resto della compagnia.

enga
Tonalità tinta: malta cementizia – Photo credit: Margherita Leone

Appunto, l’approccio. Se togliamo la doppietta World League-Europeo del 2015, anno in cui beneficiavano ancora di un certo stupore di fondo, la differenza tra i bleus pre-ferragostani e quelli da alta stagione negli ultimi due anni è stata appena imbarazzante. A Rio esordiscono con i sintomi da sbornia pesante, finiscono piallati dalla versione splendida dell’Italia olimpica e fanno le valigie dopo il girone eliminatorio; il capolavoro vero arriva però agli scorsi Europei polacchi dove, accreditati di vittoria certa con tutte le altre a litigarsi il secondo posto, passano a spinta un girone orrido per poi essere eliminati negli ottavi di finale da quei noti satanassi della Repubblica Ceca. Ngapeth non fa più la differenza, centrali non pervenuti, Toniutti sperduto nel deserto della palla alta, quel sistema micidiale di sviluppo in velocità e sicurezza nei colpi sparito in una manciata di settimane.

La Francia è la Sirens dell’estate pallavolistica. All’inizio è tutto un “cazzo che bella” e te ne convinci fino a quando non ti imbatti di nuovo in una Elderly Woman Behind The Counter In A Small Town a caso che ti riporta finalmente sulla terra.

Che palle Sirens.

Polonia – Rearviewmirror (Vs., 1993)

L’urlo di Vedder che fugge e si lascia alle spalle qualcosa – meglio dire qualcuno – di terrorizzante è, per contrappasso, l’urlo dei polacchi che quel qualcosa invece lo vedono sempre più lontano.

Che dolori per i campioni uscenti della manifestazione.

Lo specchietto retrovisore dei polacchi negli ultimi quattro anni ha visto e sta vedendo allontanarsi:

  • Tre giocatori determinanti nella vittoria casalinga del 2014, che per motivi diversi hanno salutato. Pawel Zagumny per anzianità, Michał Winiarski per fragilità del corpo (è un modo carino per chiamare la sfiga), Mariusz Wlazły per una reflex e qualche vacanza in più;
  • La panchina di Antiga prima, quella di Fefé De Giorgi dopo;
  • La coppa sollevata dal sopra citato Winiarski dopo la finale contro il Brasile

Sì perché, insomma, vi sfido a posizionare realmente tra le favorite questa Polonia, a meno che i geni di Michał Kubiak non si moltiplichino nel sonno e diano vita ad altri sei in grado di formare una squadra seriamente competitiva. Tolto il nano di Wałcz, la qualità dei polacchi non è in grado, almeno sulla carta, di far fronte alle altre super-attrezzate del torneo, a meno che non pensiate che Bartosz Kurek, l’antitesi del “dove lo metti sta”, per una volta possa risolvere un problema (pare che quest’anno sia stato opzionato come centrale, evidentemente da esterno non aveva fatto abbastanza danni). Sì, è tornato Karol Kłos dopo due estati di post ammorbanti su Instagram, piscine e unicorni gonfiabili, ma insomma, seppur bravo non è certo un centro alla Muserskij che sposta gli equilibri.

Aggiungiamoci che in tutto questo casino il comando delle operazioni l’ha preso quel personaggio carico di filosofia zen di Vital Heynen, ed ecco che la Polonia non parte favorita nemmeno per il premio Fair Play.

heynen
Però punto tutto su Heynen nuovo uomo-meme – Photo credit: RMF 24


••• CONTINUA •••