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Mondiale in Cornice: Capitolo Primo

Scrivo questa piccola saga in totale consapevolezza del puro piacere personale che ne trarrò e con l’intento, spero non vano, che due mondi possano conoscersi almeno un po’.

La scrivo perché unisce due passioni in me vivissime e salvifiche.

La scrivo perché i Pearl Jam sono diventati involontari protagonisti, durante l’estate, di una delle querelle social più grottesche di sempre (con Rita Pavone, che salutiamo); soprattutto, mi hanno fatto compagnia nel mio girovagare in auto, ogni viaggio un album diverso alla riscoperta di pezzi bellissimi che non ricordavo, altri meno belli che forse era meglio non ricordare (per fortuna pochi, rispetto al totale), altri ancora che non mi ero mai filata più di tanto e ora “sticazzi che meraviglia”.

La scrivo perché sono atea, ma in Eddie Vedder tutto sommato credo, un po’ come credi all’amico di una vita che ti rapisce nei – e dai – momenti bui, forse perché, citando Pete Townshend, “lui può sopportarlo“. Pare che al nostro piccolo grande surfer questa cosa capiti da sempre e attraverso più generazioni. 

Avvertenze: NON è una classifica, quindi pochi sgomitamenti sul perché o per come. Trattasi di puro divertissement nell’associare, ad ognuna delle formazioni potenzialmente significative del torneo, una canzone, nella speranza che chi apprezza uno dei mondi possa in qualche modo approcciarsi all’altro. Non è nemmeno un riassunto dei miei pezzi preferiti del gruppo, anzi, del mio virtuale podio ce n’è solo uno, anche perché i Pearl Jam, per un certo tipo di ascoltatori, sono una questione privata, una soundtrack della vita che non va svelata in quanto parte di un percorso personale che va di pari passo con loro. Sono altresì convinta che il gruppo vada letto tanto quanto ascoltato, la bibliografia in tal senso è molto vasta e in queste tre puntate troverete alcuni riferimenti. 

Insomma, questa saga è un gioco in gran parte inutile: per un’analisi più puntuale del torneo vi rimando a quanto scritto in precedenza, per una valutazione musicale degna a chi sa farla per davvero.

Spero vi divertiate comunque.

CAPITOLO PRIMO:
6 AGAINST 6

Cominciamo questo crossover sportivo-musicale con le squadre accreditate come favorite, o presunte tali. In rigoroso ordine sparso.

Serbia – Corduroy (Vitalogy, 1994)


L’attesa mi ha fatto impazzire
Finalmente sei qui e io sono conciato da schifo

EH.

Nei primi due versi di Corduroy è concentrata la condizione – attuale e del passato recente – della Serbia di Nikola Grbić, squadra che, lo dico esponendomi senza alcun timore, sta in vetta alla mia personale classifica simpatia da quando ancora si chiamava Jugoslavia, un’Olimpiade la portava a casa e Grbić invece di sedere in panchina stava in campo a dipingere capolavori. Il tempo, ahimè, passa anche per le divinità, sta di fatto che dopo il suo ritiro al quartier generale di Belgrado stanno ancora cercando un regista sufficientemente presentabile. Insomma, in un periodo storico in cui i palleggiatori sono tornati a fare pesantemente la differenza, se vuoi competere per la vittoria in un Mondiale o ti chiami Russia oppure ti serve un direttore d’orchestra di livello. In questo, il bravino Jovović l’ho visto in preoccupante involuzione nell’ultimo anno e mezzo e non in grado di guidare a dovere questa allegra compagnia di smandruppati sbevazzoni appena usciti dal casting di un film di Kusturica.

 

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Le preparazioni estive, quelle belle – Photo credit: Buculjevic official IG Profile


I don’t want to take what you can give
. La Serbia ha un potenziale d’attacco da fare invidia a tutto il mondo tranne, appunto, la Russia. Peccato manchi sempre qualcos’altro: la già citata regia, una ricezione da minimo sindacale, soprattutto la capacità mentale di rimanere in partita per più di un’ora. E’ quella squadra che arriva malissimo alle qualificazioni olimpiche e resta fuori dai Giochi (Rio 2016), salvo poi presentarsi senza pressioni addosso in World League qualche mese dopo e dimostrare che nel novero delle 12, volendo, ci sarebbe comodamente stata. La stessa squadra che un anno dopo ha l’accesso alla finale europea in mano e se la fa fregare. Una canzone rabbiosamente bella che su disco suona sempre troppo lenta.

Russia – Even Flow (Ten, 1991)


Il torneo che sta per cominciare tra Italia e Bulgaria è oggettivamente molto aperto, c’è un discreto mucchietto di formazioni candidate al titolo che potrebbero vincerlo senza far gridare nessuno al miracolo, ma se proprio dobbiamo fare il nome di chi, nell’ultimo anno solare, ha convinto di più, allora diciamo Russia, e iniziamo con una peculiarità che solo i ragazzi di Shlyapnikov hanno, ovvero essere talmente forti da potersi permettere un palleggiatore discreto senza soffrirne le lacune creative.

Questo per due motivi: c’è tanta palla alta di qualità e giocano una pallavolo tatticamente ferma a Gorbaciov, cosa che ha attirato critiche più o meno feroci da parte di un nutrito gruppo di appassionati deciso a derubricare i russi dentro la categoria “brutti e cattivi”. L’analisi è sbagliata, o quantomeno imprecisa: il punto è che per la Russia vale lo stesso discorso che a livello di club si fa con lo Zenit di Kazan, ovvero che non ha bisogno di particolari spunti creativi per buttare giù palla, e se questo da una parte vuole sì dire che ci sono squadre enormemente più belle da vedere giocare, dall’altra non può sminuire il talento individuale di gente come Mikhailov e Volkov, tanto per fare i due nomi attualmente più rappresentativi (per dire, quando a Kliuka non staccano la corrente, avercene di S2 del genere). Evitiamo poi il discorso Muserskij, uno che farebbe paura con la sola presenza ma che di fatto porta un plus enorme al centro della rete anche come alternativa offensiva.

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Photo credit: Volleynews.it

È questo il flusso costante dei russi: è Mikhailov che nella sua completezza giganteggia come un assolo di Mike McCready dietro la schiena. Dmitrij Volkov – nel suo essere la versione pallavolisticamente erudita di Spiridonov – è Vedder che si arrampica su un’impalcatura, il centralone è l’ombra lunga del muro e la rassegnazione di un buco subìto nei tre metri, come la batteria infinita di Matt Cameron in un live di una dozzina di anni fa. Un martellare continuo di pesante esaltazione, come una Even Flow che cresce di intensità, rigorosamente suonata dal vivo.

Brasile – Alive (Ten, 1991)

Va beh. C’è canzone dei Pearl Jam più universalmente iconica di Alive?

Chiunque di voi l’ha sentita, ballata, canticchiata, forse pure schifata (voi siete pazzi) almeno una volta. E come non associarla alla nazionale simbolo degli ultimi sedici anni di pallavolo?

Mostruosamente dominante tra 2002 e 2006, periodo in cui la Selecao faceva un po’ quel che gli pareva (tanto gli altri erano ancora fermi al XX secolo), nel tempo qualche avversario credibile si è affacciato, ma mai con la necessaria continuità per buttarli giù da un ranking FIVB che ormai li vede davanti da cento ere geologiche. Eppure, nonostante generazioni che cambiano, nonostante un paio di ori olimpici entrati dalla porta e usciti dalla finestra (Londra 2012, soprattutto), nonostante a volte sembra siano sul punto di scuoiarsi tra loro e non abbiano tutta ‘sta voglia di impegnarsi, i brasiliani li devi battere sul piano della mentalità, plus che non li ha mai abbandonati nemmeno quando a gente come Nalbert, Giba, Dante Amaral e Murilo è succeduto Lipe (sì, c’è ancora).

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Pensavate, eh? – Photo credit: Oliwia Kedzia

Il Brasile è ancora vivo e in tal senso l’esempio di Rio 2016 è lampante: bruttino (eufemismo) nella fase a gironi, salva reputazione e chiappe all’ultima partita in uno scontro a fuoco con l’altrettanto orribile Francia, il tutto mentre Rezende figlio fatica ad intrecciare trame di gioco lucide e Rezende padre, in panchina, impreca e gesticola ad occhi sgranati generando una quantità di meme tale da riempire gli archivi degli smartphone dell’intero globo terracqueo. Tempo di sbuffare ancora un po’ con l’Argentina nei quarti, arrivati in semifinale i verdeoro sentono l’odore del sangue, mettono la sesta e buonanotte ai suonatori (Italia compresa).

L’assatanato Bernardo ha salutato dopo quasi due decenni e ora sulla sedia più prestigiosa degli anni ‘00-’10 siede Renan Dal Zotto, non certo l’ultimo arrivato ma con il compito non facile di proseguire un ciclo non più così dominante ma che sembra non esaurirsi mai.

A margine, Alive è la trasposizione in musica di parte dell’esistenza di Vedder, precisamente tratta del tempo in cui Eddie di cognome faceva ancora Mueller e scoprì che chi pensava fosse il suo vero padre era, in realtà, il suo patrigno.

Non pensiamo sia il caso di Bruno, ma vai a capire la vita.

 

USA – Thin Air (Binaural, 2000)

Annus Jubileus, non ho ancora 16 anni e il primo disco dei Pearl Jam che compro è Binaural. Che culo.

Il motivo è banalissimo: era appena uscito, ero adolescente e mi ero lasciata irretire da Nothing As It Seems (voto 6 di stima, oggi). Se becchi Binaural come first album della tua vita, con i Pearl Jam o ti va bene bene o ti va male male. Non perché sia brutto (i nostri hanno fatto tanto – molto – meglio quanto peggio, anzi riascoltato dopo anni cose come Rival e soprattutto Parting Ways tendi a rivalutarle… il fatto poi che io sia scoppiata a piangere ascoltando Parting Ways dopo tipo quindici anni è a margine del racconto), quanto perché non è esattamente il manifesto che utilizzerei come primo approccio al gruppo. E poi in queste cose l’età conta, per cui a quasi sedici anni e con alle porte un biennio di totale perdizione per i Nirvana, penso che ad un certo punto con i PJ stesse per andarmi male male. Poi incrociai Thin Air.

Ecco, a me Thin Air piace e non poco, è una ballata così dolce e rarefatta che farei ascoltare a un bimbo per farlo addormentare. Lo stesso bimbo che, qualora da grande volesse giocare a pallavolo, spedirei negli States per imparare a stare in un campo 9×9 e giocare un bagher come si deve (a ben vedere l’unico che non ce l’ha fatta è Aaron Russell, come insegna la nostra sempre attendibile sentenza Simona Bernardini).

Tutto questo per dire che gli USA di John Speraw hanno una propria collocazione nell’ecosistema della FIVB per il solo fatto di ricordarci che a pallavolo sanno giocare estremamente bene, così come Thin Air si pianta in mezzo a Binaural per farlo salire, nella graduatoria della me sedicenne, dal “così così” al “passabile, dai”.

Tolta un’edizione clamorosa dei Giochi in cui distrussero i brasiliani in finale (Pechino 2008) il problema degli USA, molto spesso, è lo schema da gatti in tangenziale che adottano in maniera scientifica quando è ora di giocare i punti sopra il 20 nei set decisivi. Ok, tutti si ricordano la serie al servizio di Zaytsev che ci salvò il didietro nel famoso quarto parziale della semifinale di Rio, in pochi sottolinearono come quella serie iniziò con una fossa a muro di Anderson (colpo chiusissimo) e una ciabattata terra aria di uno dei due martelli (scusate, io Russell e Sander li confondo peggio delle gemelle Kessler). Il naufragio dopo un solo break point a metà del quinto e decisivo set la disse poi lunga sullo stato confusionale della squadra e dello stesso Speraw, che con la ricezione in bambola non pensò minimamente a un giro dietro di Priddy (mossa che, guarda un po’, salvò la baracca a stelle e strisce due giorni dopo nella finalina per il bronzo). Beninteso, la partita resta epica e una delle più belle che io abbia mai avuto la fortuna di vedere, ma per onestà intellettuale va detto che, se gli USA partono sempre tra le favorite e non arrivano mai a giocarsi in maniera tangibile il titolo, un motivo forse c’è.

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Quando si dice “cogliere al volo il problema”, by Erik Shoji – Photo credit: NBC Sports

Stati Uniti che in fondo restano sempre una Thin Air, indiscutibilmente belli e rarefatti come un calendario di Matt Anderson, ma senza il graffio e la sofferenza di un’Italia più brutta, sporca e cattiva che finisce nel baratro, si rialza e si fa Better Man.

Francia – Sirens (Lightning Bolt, 2013)

A chiunque è capitato di innamorarsi – magari temporaneamente – di una canzone non troppo spettacolare solo per averla ascoltata incessantemente in un momento in cui aveva un senso farlo. A me è successo con Sirens.

Ora, non voglio tirarmela né fare la passatista a tutti i costi, ma Lightning Bolt, nel suo complesso, lo digerisco peggio di una peperonata a merenda. Giuro che ogni volta ci provo, ma niente, nemmeno se evito di arrivare a Future Days, che ogni volta spero non esista perché troppo brutta per essere vera (in realtà Future Days è una canzone scritta per la reunion dei Backstreet Boys finita accidentalmente in un disco dei Pearl Jam). Tolta Pendulum, che qualcosa mi significa e che Vedder ha ben pensato di inserire come inaspettato opening a Padova (grazie Eddie), a voler esser buona del resto salvo Yellow Moon, Sleeping By Myself – che continuo a preferire in versione solo ukulele – e un po’ Getaway perché come divertissement da stadio tutto sommato suona bene. Disgraziatamente, però, capita che un determinato disco esca in un determinato periodo della tua vita pieno di belle speranze ed ecco che riesci a farti piacere in modo smodato Sirens, nonostante i settecentotrentacinque passaggi radiofonici quotidiani, a cavallo tra 2013 e 2014, rischino di minare nel profondo la tua già precaria obiettività di giudizio.

Sirens a me sembrava bellissima come ogni anno sembra bellissima la Francia in World League, ora Volleyball Nations League (ma sempre la stessa minestra è). Del novero delle favorite è di certo la squadra con meno tradizione, salita prepotentemente alla ribalta della pallavolo che conta giusto da quattro anni a questa parte grazie a una manciata di talenti fuori categoria (Ngapeth, Toniutti, Grebennikov) e un sistema di gioco che, quando approccia bene la situazione, mangia serenamente in testa al resto della compagnia.

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Tonalità tinta: malta cementizia – Photo credit: Margherita Leone

Appunto, l’approccio. Se togliamo la doppietta World League-Europeo del 2015, anno in cui beneficiavano ancora di un certo stupore di fondo, la differenza tra i bleus pre-ferragostani e quelli da alta stagione negli ultimi due anni è stata appena imbarazzante. A Rio esordiscono con i sintomi da sbornia pesante, finiscono piallati dalla versione splendida dell’Italia olimpica e fanno le valigie dopo il girone eliminatorio; il capolavoro vero arriva però agli scorsi Europei polacchi dove, accreditati di vittoria certa con tutte le altre a litigarsi il secondo posto, passano a spinta un girone orrido per poi essere eliminati negli ottavi di finale da quei noti satanassi della Repubblica Ceca. Ngapeth non fa più la differenza, centrali non pervenuti, Toniutti sperduto nel deserto della palla alta, quel sistema micidiale di sviluppo in velocità e sicurezza nei colpi sparito in una manciata di settimane.

La Francia è la Sirens dell’estate pallavolistica. All’inizio è tutto un “cazzo che bella” e te ne convinci fino a quando non ti imbatti di nuovo in una Elderly Woman Behind The Counter In A Small Town a caso che ti riporta finalmente sulla terra.

Che palle Sirens.

Polonia – Rearviewmirror (Vs., 1993)

L’urlo di Vedder che fugge e si lascia alle spalle qualcosa – meglio dire qualcuno – di terrorizzante è, per contrappasso, l’urlo dei polacchi che quel qualcosa invece lo vedono sempre più lontano.

Che dolori per i campioni uscenti della manifestazione.

Lo specchietto retrovisore dei polacchi negli ultimi quattro anni ha visto e sta vedendo allontanarsi:

  • Tre giocatori determinanti nella vittoria casalinga del 2014, che per motivi diversi hanno salutato. Pawel Zagumny per anzianità, Michał Winiarski per fragilità del corpo (è un modo carino per chiamare la sfiga), Mariusz Wlazły per una reflex e qualche vacanza in più;
  • La panchina di Antiga prima, quella di Fefé De Giorgi dopo;
  • La coppa sollevata dal sopra citato Winiarski dopo la finale contro il Brasile

Sì perché, insomma, vi sfido a posizionare realmente tra le favorite questa Polonia, a meno che i geni di Michał Kubiak non si moltiplichino nel sonno e diano vita ad altri sei in grado di formare una squadra seriamente competitiva. Tolto il nano di Wałcz, la qualità dei polacchi non è in grado, almeno sulla carta, di far fronte alle altre super-attrezzate del torneo, a meno che non pensiate che Bartosz Kurek, l’antitesi del “dove lo metti sta”, per una volta possa risolvere un problema (pare che quest’anno sia stato opzionato come centrale, evidentemente da esterno non aveva fatto abbastanza danni). Sì, è tornato Karol Kłos dopo due estati di post ammorbanti su Instagram, piscine e unicorni gonfiabili, ma insomma, seppur bravo non è certo un centro alla Muserskij che sposta gli equilibri.

Aggiungiamoci che in tutto questo casino il comando delle operazioni l’ha preso quel personaggio carico di filosofia zen di Vital Heynen, ed ecco che la Polonia non parte favorita nemmeno per il premio Fair Play.

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Però punto tutto su Heynen nuovo uomo-meme – Photo credit: RMF 24


••• CONTINUA •••

 

Mondiali di Volley 2018: Teaser Trailer

Ben ritrovati amici!

Dopo un lungo periodo di riposo e accurata osservazione La Sorellanza torna sui vostri schermi per presentare il Mondiale di Pallavolo Maschile che Italia e Bulgaria, in condivisione, ospiteranno fino al 30 settembre.

Qui il sito ufficiale della manifestazione.

Qui invece la composizione delle pool e spiegazione della formula (fatevi aiutare da un genitore. O da Fibonacci, se preferite).

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Logo ufficiale della manifestazione

Si comincia domenica 9 con Italia-Giappone, nella suggestiva location del Foro Italico. Non è la prima volta che il volley di casa nostra sperimenta all’aperto, era già successo in due precedenti edizioni di World League e ci aspettiamo tutti – salvo pioggia – una splendida cornice di pubblico calata nella storia della Città Eterna.

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Come si presenta il torneo?
Di sicuro molto aperto. Che per noi è bene e male.

Bene, perché non c’è una squadra-traino modello Brasile anni zero che la fa da padrona, per cui è lecito sperare e credere in diversi potenziali inserimenti in zona podio. Male, perché per una pigliatutto che non c’è abbiamo un bel gruppo di pretendenti che se le daranno di santa ragione per strappare il titolo attualmente in carica alla Polonia.

L’Italia si posiziona esattamente a metà del guado, tra la consapevolezza della pressione che deriva dall’essere padrona di casa e la giusta dose di ambizione di un team che, esclusi malaugurati incidenti di percorso, non può non essere annoverato tra i più forti della manifestazione. Il rientro di Osmany Juantorena dopo un anno sabbatico come al solito porta la somma del bagaglio tecnico degli azzurri su un altro piano, come è ovvio per una squadra che in banda non ha tantissime alternative. La formazione titolare dovrebbe essere praticamente certa, con l’unico, possibile dubbio Cester-Mazzone in diagonale con l’inamovibile Anzani. Fatta questa premessa e posto che in campo non ci vanno né ologrammi né figurine, se a qualcuno dei sei più uno parte uno starnuto chiamate subito il 118. Così, per precauzione.

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Il ritorno de “l’hombre”

A detta di molti, tra cui noi e Massimo Colaci (quest’ultimo voce sicuramente più autorevole), la squadra che parte con un leggero favore del pronostico è la Russia di Sergey Shlyapnikov, dominatrice dell’ultimo Europeo e della VNL estiva.

In attesa di conoscere la lista definitiva dei convocati, sappiamo al momento che Egor Kliuka ha un problemino fisico che gli ha imposto il riposo dal recente Memorial Wagner, per la cronaca vinto dai padroni di casa polacchi. L’eventuale assenza dalla competizione iridata non andrebbe presa tanto alla leggera: è vero che i russi sugli esterni trovano sempre risorse enormi, ma nel caso la condizione di Berezhko fosse ancora un punto di domanda (è nel listone allargato, ha un po’ giochicchiato settimana scorsa, ma resta un elemento a forte rischio crack) la questione rischierebbe di farsi complicata.

Se Kliuka recupera e Berezhko viene confermato, abbiamo davanti la Russia degli Europei 2017 con un Grankin in meno e un Muserskij in più; considerando la loro forma mentis tattica è solo un guadagno.

Parlare dei problemini dei russi ci fornisce l’assist per aprire la conta dei feriti e in tal senso chi paga pesantemente dazio è il Brasile di Renan Dal Zotto, che dopo Mauricio Borges perde ufficialmente Ricardo Lucarelli. Il primo era già fuori gioco per il ginocchio, il secondo non ha di fatto recuperato dall’intervento al tendine d’Achille dello scorso autunno. Va da sè che a fare da traino alla diagonale di posto 4 dei verdeoro è ancora una volta Lipe, incubo ricorrente degli azzurri dalla finale olimpica di due anni fa e spaventevole al pari di una cartella di Equitalia.

Diciamocelo, sulla carta tutta ‘sta fifa questo Brasile non la mette, ma da quel che ne sappiamo le uniche occasioni di discesa in campo della carta risalgono a quando i nostri bisnonni non avevano la toilette e si portavano il rotolo sotto braccio, che è un modo carino per dire che quel che conta è sempre la condizione del momento e la testa con cui quel momento lo si affronta. In questo, il Brasile primeggia da quasi due decenni.

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Ci vuole calma e sangue freddo.

Compagna della Bruninho band nella Pool B di Ruse è la Francia di Laurent Tillie e pure qui ci tocca riaprire le cartelle cliniche. Earvin Ngapeth ha un problemino agli addominali e si vocifera uno stop che lo terrebbe lontano dalla baruffa per tutta la prima fase del Mondiale. Sembra dunque che la baracca, almeno per i primi giorni, venga affidata al duo Tillie Jr. – Lyneel, certo non due sprovveduti, ma chiamati a sostituire l’ingombrante presenza (non ridete, vi vediamo) del neo acquisto di Kazan. Inamovibili Toniutti e Grebennikov, collaudata la coppia centrale Le Roux – Le Goff, il giovane Boyer sarà chiamato alla solita legna in posto 2 e a una presa di responsabilità nel catalizzare la stragrande maggioranza della palla alta dei bleus. Gli ultimi approcci dei francesi ai tornei clou dell’anno non sono stati esattamente memorabili e in lontananza si percepisce ancora l’eco del tonfo degli scorsi Europei; mancanza di mentalità o di umiltà, un torneo continentale vinto non fa primavera e stupisce che una squadra qualitativamente così valida non abbia ancora trovato la chiave per confermarsi favorita al di là dei propri sogni.

Bella, bellissima la Pool C a Bari. Oltre alla già citata Russia troveremo infatti Serbia e Usa, altre due che come l’Italia provano timidamente a sognare un posto in paradiso, nonostante qualche lacuna tattica e mentale che finora le hanno sempre limitate rispetto al potenziale. La prima fase, intanto, ci dirà se Nikola Grbic giocherà ancora a nascondino con Atanasijevic: tutto lascerebbe pensare che l’ultima stagione dell’opposto di Perugia, decisamente più matura al di là dei trofei vinti, abbia allontanato qualsiasi dubbio sul suo impiego in pianta stabile. E’ però vero che l’ex regal palleggio di Zrenjanin non disdegna coloro che gli garantiscono i dovuti equilibri tattici nell’ingranaggio generale, così come non escludiamo che la competizione – spesso persa – con il pari ruolo Luburic abbia spinto Bata a cercare, trovandole, nuove prospettive di crescita. In realtà i nodi principali da sciogliere per gli slavi sono due: la precarietà della ricezione e la vena fatalmente naif del suo alzatore. Per la prima servono Ivovic e almeno uno dei due liberi al meglio (Kovacevic va ovviamente coperto e non lo contiamo), sulla seconda è onestamente più difficile lavorare a breve termine.

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Vieni a ballare in Puglia!

Gli USA di John Speraw hanno invece il compito di lasciarsi alle spalle l’immagine di squadra bella senza superlativo. Giocano bene, sono forti, sono carini, ma dal post Pechino 2008 è sempre mancata quell’incisività necessaria per la vittoria finale. La formazione titolare sarà praticamente la stessa di Rio al netto di David Lee; ciò significa che restano indubbiamente nel novero di quelle da cui guardarsi, ma con una lieve sicurezza in meno in mezzo al campo. Il bollettino di guerra riporta la perdita del ginocchio di Thomas Jaeschke, assente già da qualche mese e senza speranza di recupero (in alcuni giri dietro da Camera Café di Russell e Sander sarebbe stato utile). In compenso Taylor Averill potrebbe fare incetta di premi nella categoria “Miglior Barbiere”.

Pronte ad essere smentite, ma la Polonia la vediamo bella distante dal rigiocarsi il titolo. Tolto Kubiak è un bel casino, con Vital Heynen che si è portato dietro Bartosz Kurek ma che non sa dove metterlo, un po’ come quando viaggi con il bagaglio appena fuori peso e non sai più cosa infilarti addosso per togliere quel chilo che separa la salvezza dal sovrapprezzo. Pronostichiamo la solita staffetta Drzyzga-Lomacz in palleggio e l’alternanza dell’S2 a far compagnia al nano Michal.

Curiosamente, i polacchi sono finiti – di nuovo – nel girone assieme all’Iran dopo la rissa sfiorata durante le ultime Olimpiadi. Ormai in FIVB lo fanno apposta per cuocere i pop corn.

Le outsider? Belgio, Argentina, Slovenia, il già citato Iran. Occhio anche al Canada, che spostò inaspettatamente gli equilibri a Rio e che nel girone ritroverà Brasile e Francia, giusto per provare a seminare un leggero panico.

Ultima info di servizio: tutta la manifestazione sarà seguita dalla cara mamma Rai. Azzurri in vetrina sui canali storici, una bella manciata del resto la troverete su Raisport (qui trovate la programmazione completa).

Per tutti gli aggiornamenti seguite l’hashtag dell’anno #volleyworldfantagalli degli amici Marco Fantasia e Claudio Galli. Non ve ne pentirete.