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#TribunaStampa: Perugia-Verona, sfida torrenziale ai confini del 2018

C’è chi fa le abbuffate a tavola durante le feste e chi, come me, sta leggero e fa il pieno di volley.

Questa è la mia terza partita in una settimana, Verona l’ho già vista due volte quest’anno da semplice spettatrice (in casa con Perugia e a Siena), ma scendere oggi al Pala Barton è per me un atto d’amore. Amore non per queste due società anche se, visti i rapporti che ho con la gente umbra, tornare qua ogni volta è un po’ come ritrovare una seconda casa, e per la Calzedonia Verona ho sempre avuto una simpatia. Amore con la A maiuscola, invece, per Matey Kaziyski, un imperatore bulgaro che mi ha rapito il cuore da quando lo vidi per la prima volta dal vivo durante la Supercoppa a Firenze nel 2008. Sia chiaro che sto parlando solo ed esclusivamente di tecnica, tattica e atteggiamento in campo: per me KK rappresenta l’essenza del pallavolista. E’ comunque un po’ strano vederlo agli ordini di quel Nikola Grbic che per due anni è stato il suo palleggiatore a Trento.

Formazioni tipo per entrambe le squadre, con Ricci che torna a disposizione in panchina per Lorenzo Bernardi, mentre Berger costretto ancora a seguire i propri compagni dalla tribuna.

Nella prima parte del set i due palleggiatori si affidano molto ai propri centrali, procedendo praticamente punto a punto. Poi va in battuta Wilfredo Leon….due ace consecutivi e Grbic costretto al time out. Colaci difende tutto, Spirito prova a variare il suo gioco, ma i lati non riescono ad essere incisivi, quindi appena può va in sicurezza al centro. Verona costretta ad inseguire per tutto il parziale, tenuta a galla solo da Solè (100% in attacco) e Birarelli, e i pochi break fatti grazie a Kaziyski al servizio, ma oggi alla Sir dai nove metri gira tutto e, con il turno di Atanasijevic prima e di Leon poi, chiude il primo 25-16 (se a un certo punto avete sentito un crack, era il mio cuore che si spezzava su due muri tetto consecutivi su Matey).

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E’ ancora in forma, il ragazzo

Nel secondo set è un’altra Calzedonia, più organizzata a muro e con gli esterni che finalmente trovano la soluzione giocando sulle mani dei giocatori perugini. Adesso c’è una partita, il servizio alla Sir non basta più, Verona riesce a organizzare il muro-difesa toccando praticamente tutti gli attacchi degli avversari, il gioco al centro latita e gli uomini di Grbic prendono un +2 che riescono a mantenere fino al 19-17. Poi succede qualcosa: Bata va al servizio e, dopo uno scambio lunghissimo, Leon la mette giù. Il palazzetto diventa una bolgia infernale, seguono tre scambi al cardiopalma che riportano il set in parità a 21, con il serbo che incita il suo pubblico lanciando i cori. Poi però, complice una Sir distratta, Verona torna a difendere e a trasformare i contrattacchi, chiudendo così 25-21.

Nel terzo parziale si viaggia lisci senza che nessuna delle due squadre prenda il sopravvento, gli unici break arrivano con le jump float di Birarelli e Galassi che mettono in seria difficoltà i ricettori perugini. Sul 24-23 per i padroni di casa scoppia una caciara degna dei peggiori bar di Caracas: il primo arbitro assegna il punto alla Sir, tutta Verona si infuria perché non viene concesso il video check, il secondo arbitro a colloquio con il primo che inverte la decisione iniziale e allora richiesta di check di Lollo (con vena chiusa) che conferma la palla fuori di Bata. Risultato? Perugia si rilassa, Verona si carica e porta a casa il set 27-25.

Nel quarto Perugia parte male e va subito sotto, ma Atanasijevic e Podrascanin prendono tutti per mano riportando la questione in parità. Nessuna delle due squadre è intenzionata a mollare: Verona la vuole chiudere per portarsi tre punti a casa, Perugia chiaramente non ci sta. Si va ai vantaggi, un ace di Potke e un muro perentorio di Galassi chiudono il parziale 27-25. E tie-break sia.

È un inizio di quinto set carico a pallettoni, nessuno molla, ci si butta su tutti i palloni e gli scambi si allungano. La Sir va subito sul +5, sospinta dal suo pubblico che non smette mai di cantare; l’atmosfera è bellissima e allo stesso tempo un inferno per gli uomini di Grbic, che si trovano schiacciati sia sul piano del gioco che su quello psicologico. Finisce 15-9 con un errore al servizio di Boyer. Mvp del match Marko Podrascanin. Nonostante sia stata una vittoria di squadra, sicuramente Potke è stato, insieme al compagno serbo, quello che più di tutti ha spinto per conquistare due punti preziosi.

Piccole note a margine.

  1. Qualcuno stiri i pantaloncini della Calzedonia;
  2. Leon non è un drago a muro, spesso scomposto e a volte fuori tempo e posizione, ma quando trova il timing giusto l’attaccante si trova davanti un tetto che ti fa ombra (citofonate a Boyer);
  3. Dalla regia mi informano di un vivace Nikola Grbic a fine partita (allego prove). Tranquillizziamo tutti garantendo la presenza nel nostro magazzino di una discreta scorta di goccine. Ha già pagato tutto Break Point.

Simona Bernardini

La Sorellanza augura a tutti un 2019 prospero e frizzantino. 
We’ll ride the wave, when it takes us (semicit.)

#TribunaStampa: Siena-Trento

Scartati i regali e terminata la serie infinita di pranzi e cene, si torna in campo, noi sicuramente rotolando, loro per fortuna sempre in forma, visto che in pratica non hanno avuto un attimo di pausa.

Archiviato il girone di andata che ha visto Perugia laurearsi campione d’inverno, ripartiamo dunque da Siena dove Babbo Natale porta Trento, che fino ad ora ha mostrato il gioco migliore di tutta la Superlega e che viene da una partita bellissima contro Monza dove, trascinati dal capitano Simone Giannelli, ha ribaltato una situazione che la vedeva sotto 2 set a 1 giocando un quarto set da record di durata (57 minuti!) senza mollare mai.
L’Emma Villas, dal canto suo, esce da un periodo tormentato, culminato con l’esonero di Cichello e l’arrivo in panchina di Zanini, giocatori che vanno (Fedrizzi a Spoleto) e vengono (Savani da Verona); insomma, non li posso lasciare soli per una partita casalinga che scoppia un casino. Vorrei aprire una piccola parentesi su Savani vs Siena: prima sì, poi no, poi no con sclerata a fine partita, vinta con la maglia gialloblu, verso lo staff senese e infine sì con post social di addio ai compagni di Verona che rispondono quasi in lacrime. Ora, messa così sembra un copione da telenovela sudamericana e qua ci vorrebbe Grecia Colmenares, ma io sono Simona Bernardini quindi faccio spallucce, scuoto la testa, sorrido e vado avanti.

Squadre in campo con i 6+1 titolari: Itas Trentino con Giannelli-Vettori, Kovacevic-Russell, Lisinac-Candellaro e Grebennikov. Emma Villas risponde con Marouf-Hernandez, Ishikawa-Maruotti, Gladyr-Spadavecchia e Giovi. Savani non è ancora a disposizione di coach Zanini.

La partita inizia ed è subito una bellissima lotta di talento tra i due palleggiatori, con Giannelli che finta il primo tempo smarcando Vettori e Marouf a una mano dietro per il suo opposto. Lisinac intanto apre le frontiere a un nuovo schema in veloce, talmente veloce che toglie la palla a Giannelli prima che la possa palleggiare. Per adesso non ha portato punti, ma ci stanno lavorando. Il primo set se lo aggiudica la squadra di casa per 25-21, Siena molto più incisiva al servizio e meglio organizzata dei trentini in difesa e contrattacco, dove le scelte di Marouf si concentrano su Yuki in pipe e Nando che non deludono.

L’inizio del secondo set è caratterizzato da tanti, troppi errori al servizio e pensate, ho visto anche Grebennikov sbagliare un’alzata in bagher, cosa che ha sconvolto pure Hernandez che, disorientato, ha invaso. La partita si anima dal 9-12 quando, dopo uno scambio lunghissimo, Lisinac pianta un chiodo nei 3 metri. I ragazzi di Lorenzetti sembrano aver trovato fluidità nel loro gioco, trascinati da Uros Kovacevic che prima aggancia a muro un tentativo di pallonetto di Ishikawa, poi mette giù palloni con estrema facilità (anche se insiste con quel palleggio in attacco che Claudio Galli fai qualcosa, ti prego).

L’Itas chiude così il parziale 25-17.

Nel terzo set Trento riparte con le sue consuete trame e ottiene subito un vantaggio di 4 punti, che andrà ad aumentare nel corso del parziale. Gli uomini di Zanini sembrano scollegati, con grossi problemi a muro che costringono il coach a provare un cambio al centro buttando dentro Cortesia (classe ‘99) per Spadavecchia. Muro che invece funziona alla perfezione per l’Itas che chiude il set 25-17.

Nel quarto parziale Zanini conferma Cortesia in campo, ma Siena è ancora scarica: se nei primi due set gli scambi lunghi li chiudeva a proprio favore, ora fioccano gli errori gratuiti e grossolani. A manifesto di tutto ciò segnalo Gabriele Maruotti che spara fuori con muro a zero.

Il problema principale è che Trento da metà del secondo set ha preso le misure al gioco di Marouf, organizzando alla perfezione il proprio muro-difesa. Sul 9-16 Zanini prova a scuotere i suoi sostituendo proprio il palleggio iraniano, ma il giovane e altissimo Giraudo può fare veramente poco per scuotere i suoi compagni. Rientrato Marouf, la partita è ormai avviata all’ovvia conclusione. 25-16 per gli ospiti e tutti negli spogliatoi.

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Zanini dovrà lavorare molto sulla tenuta mentale di questo gruppo che parte sempre benissimo (perché i mezzi ce li ha, eccome), ma si scarica alle prime difficoltà; un uomo carismatico come Savani potrebbe essere la chiave di volta e fare bene anzitutto allo spogliatoio.

Piccola nota personale a margine: è veramente complicato seguire una partita con Uros in campo: cattura la tua attenzione con la sua mimica da cartone animato e ti trovi spesso distratta e col sorriso.
E pure con una pallonata in pieno petto, tacci vostri a sbaglià le battute.

Simona Bernardini

Storia dell’assedio di Perugia

C’è un libro magnifico di Josè Saramago, che lessi qualche anno fa e che mi tolse anima, cuore e svariati ettolitri di lacrime. Lo definirono la più bella storia d’amore mai scritta e, qualora tale affermazione non fosse vera, è comunque molto vicina ad esserlo.

Racconta di un uomo ordinario, Raimundo Silva, un anonimo revisore di bozze che, nel correggere il testo di un saggio, Storia dell’assedio di Lisbona, in un impeto di intraprendenza e senza alcuna parvenza di logica decide di inserire una negazione all’interno di un passaggio cruciale del libro, stravolgendone di fatto il significato.

Mentre il revisore attende inquieto le ripercussioni conseguenti alla folle iniziativa, è proprio la funzionaria della casa editrice, chiamata a giudicare e prendere provvedimenti sul falso storico creato da quel “non” inserito inappropriatamente, a rimanere colpita dalla sfrontatezza inaspettata dell’uomo. Non prenderà provvedimenti disciplinari nei suoi confronti, al contrario lo spronerà a scrivere una sua, personalissima, storia dell’assedio, una storia in cui i Crociati non aiuteranno i portoghesi. Lo spingerà oltre i propri limiti, a sostenere quella negazione di troppo, rimanendo fedele al proprio gesto.

Ora, mettiamo il caso che ci sia una squadra ad un passo dal suo primo scudetto dopo una stagione dominante e dopo anni di investimenti di peso. Cosa farebbero gli ipotetici dèi del volley, in una domenica di maggio del 2018, se fossero chiamati a decidere le sorti di questa squadra considerando che, esattamente dodici anni prima, si era verificata una situazione molto simile, quando non identica, a quella dei giorni nostri? Cosa succederebbe se i suddetti dèi rivedessero il ricorso storico della trama e venisse loro in mente di inserire un deleatur?

“Ha detto il revisore, Sì, il nome di questo segno è deleatur, lo usiamo quando abbiamo bisogno di sopprimere e cancellare, la parola stessa lo dice, e vale sia per lettere singole che per parole intere, Mi ricorda un serpente che si fosse pentito al momento di mordersi la coda, Ben detto, dottore, davvero, per quanto siamo aggrappati alla vita, perfino una serpe esiterebbe dinanzi all’eternità, Mi faccia il disegno, ma lentamente, È facilissimo, basta prendere il verso, guardando distrattamente si pensa che la mano stia tracciando il terribile cerchio, invece no, noti che non ho chiuso il movimento qui dove lo avevo cominciato, ci sono passato accanto, all’interno, e adesso proseguirò verso il basso fino a tagliare la parte inferiore della curva, in fondo sembra proprio la lettera Q maiuscola, niente di più, Che peccato, un disegno che prometteva tanto, Accontentiamoci con l’illusione della somiglianza, ma in verità le dico, dottore, se posso esprimermi in stile profetico, che l’interessante della vita è sempre stato proprio nelle differenze.”

La premessa letteraria merita perlomeno una spiegazione, se non altro per chi non ha abbastanza anni o sufficiente memoria per ricordarsi gli antefatti.

Anno 2006, la Lube Banca Marche allora di casa a Macerata vince il suo primo scudetto contro i campioni uscenti della Sisley Treviso, dominando gara 5 dopo una serie all’insegna dell’assoluto equilibrio. Potremmo fermarci qui, ma la statistica decide di giocare un brutto scherzo ed ecco che notiamo come quella Lube, al tempo, avesse la sua asse portante in un opposto serbo di 27 anni, un centrale – anche lui serbo – di 31, e nel libero titolare della nazionale italiana, pugliese, di 33. Atanasijevic-Podrascanin-Colaci come Miljkovic-Geric-Corsano, esattamente dodici anni dopo, con numerose analogie e Civitanova, suo malgrado, costretta a cambiare ruolo e vestire i panni di coprotagonista che fu di Treviso al tempo: un gruppo già vincente, che gioca a memoria, ma arrivato svuotato nella partita più importante, maltrattato da colei che è stata, senza ombra di dubbio, la squadra dominante della stagione.

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“Che ne sarebbe di noi se non esistesse il deleatur, ha sospirato il revisore”

Gli dèi del volley non hanno avuto, dunque, la stessa sfrontatezza di Raimundo Silva: nessuna negazione di troppo ha impedito che la tanto attesa prima volta di Perugia prendesse pieghe pericolose, ricalcando anzi il precedente storico in numerosi aspetti. A cominciare da Aleksandar Atanasijevic, MVP delle finali così come lo fu al tempo Ivan Miljkovic. Della pesantissima eredità che Bata si è accollato dopo il saluto del fenomenale opposto di Nis parlammo già alcuni mesi fa; posto che il paragone tecnico tra epoche diverse è sport da tastiera spesso inutile – e dodici anni nel volley attuale sono un’era geologica – e ribadito l’ovvio talento offensivo di Atanasijevic, continuo a ritenere Miljkovic di altra categoria in termini di carisma, presenza in campo e personalità (parliamo di uno che a 21 anni vinse un’Olimpiade da MVP e che nel 2005-2006 fu praticamente ingiocabile per gli esseri umani), ma le similitudini sono evidenti così come il background di entrambi, ritenuti da più parti, per il campionato italiano, troppo poco incisivi nei momenti cruciali prima di appiccicarsi quel pezzetto di stoffa sul petto.

Forzando ancora di più la mano sul paragone, ritengo la Perugia di quest’anno di qualità complessiva decisamente superiore alla Macerata di allora, che ruotava attorno allo strapotere di un giocatore e nelle difficoltà ebbe la capacità – e un po’ di fortuna – di trovare risorse di supporto insperate (vedi alla voce Renaud Herpe, mai più visto a quei livelli). La Sir ha invece messo in campo un sistema corale in cui tutti gli elementi coinvolti hanno trovato il modo di esprimersi al meglio, orchestrati da un De Cecco come di consueto illuminante ma mai così continuativamente lucido e innescati dalla sicurezza portata in seconda linea dall’inserimento di Massimo Colaci, a ulteriore dimostrazione (qualora ce ne fosse bisogno) che, più delle percentuali, la differenza in trincea la fa la leadership di chi quella trincea la guida, ed in questo il piccolo Max è stato un gigante.

Con queste premesse, anche chi sulla carta compariva alla voce anelli deboli (Anzani) ha cacciato fuori dal cilindro un’annata di profilo altissimo e le discontinuità di Russell sono state abilmente tamponate da un Berger presente alla chiamata, la puntualità di Zaytsev nel rush finale – dopo aver fatto quasi pace con il ruolo di martello – ha fatto il resto. Capitolo a parte meriterebbe Marko Podrascanin, salvato in rubrica alla voce sentenza e per il quale si sono esauriti gli aggettivi, capace com’é di essere mostruosamente determinante in qualsiasi squadra da quando aveva 19 anni, una costanza di rendimento nel ruolo con pochi eguali al mondo, finalmente benedetto da un palleggiatore in grado di esaltarne prepotentemente le caratteristiche.

La Sir non ha ancora ultimato la stagione, settimana prossima la aspetta la Final Four di Champions League a Kazan dove avrebbe – padroni di casa permettendo, molto permettendo – l’opportunità di detronizzare i dominatori pluriennali del torneo e completare un Grande Slam senza eguali. L’impresa appare complessa, di certo Perugia potrà giocare a mente libera e qualora non arrivasse il risultato resterebbe in ogni caso una stagione pazzesca. Sarà ad ottobre prossimo che capiremo se avrà le spalle abbastanza larghe per reggere il peso della riconferma. Ma è lecito, per Gino Sirci come per i ragazzi, non pensarci ora.

“Da Lisbona a Vladivostok”, disse proprio il presidentissimo, di ritorno dall’argento di Champions, non più tardi di un anno fa. Manco a farlo apposta.

Photo Credit: Legavolley.it

Perugia-Trento, l’infinita Bellezza

Credo che adesso io lo possa dire: in tempi non sospetti, ovvero alla chiusura del mercato a luglio, dissi che secondo me le due squadre che si sarebbero giocate lo scettro di Campioni d’Italia erano Perugia e Trento. Poi una gestione “scellerata” della regular season da parte di entrambe, la prima perché è stata un rullo compressore e la seconda perché ha viaggiato a carburazione magra, ha fatto sì che si incontrassero in semifinale. La vigilia di questa gara 3 è stata caratterizzata da un’ombra sul sestetto titolare della Sir perché, nonostante le rassicurazioni da parte di De Cecco stesso e della società sulle condizioni fisiche del giocatore, coinvolto in un incidente stradale lo scorso giovedì, un po’ di dubbi sul suo utilizzo e sulla sua tenuta c’erano. Di fatto l’unica esclusione eccellente è stata quella di Vettori in favore del giovane Teppan, scelta che poi si è rivelata azzeccata (ma va sottolineato che l’opposto emiliano soffriva di problemi alla schiena da poco prima del match di Champions di mercoledì a Civitanova).

Si parte in un clima infuocato, ma si sa ormai che il PalaEvangelisti è e sarà sempre così per tutti; in più, se durante gara 3 di quarti contro Ravenna si è scomodata la TV austriaca per seguire Berger, oggi abbiamo il team Redbull per un docufilm su Zaytsev (non me ne vogliate, ma gli ho fatto i complimenti sinceri per la genialata del trasferello). Inizia la partita e potrei fare una cronaca dei momenti chiave, snocciolare numeri e statistiche e scrivere il nome del mvp, ma non ci sono parole o numeri che possano descrivere la bellezza della partita, va vista e basta perché è stata uno spot bellissimo per questo sport, che paragono per emozioni e qualità soltanto a gara3 delle semifinali playoff del campionato 2014/2015, sempre fra loro due, sempre al quinto, quella del “debutto” nell’alta società dei playoff di Giannelli (e che debutto!).

Soprattutto, mi perdonerete se non mi vedrete mai fare fredda cronaca, questo perché fortunatamente mi faccio prendere dalla bellezza dei gesti tecnici e tattici, e preferisco godermi la sfida che perdermi ad appuntarmi numeri. Non c’è stato un singolo giocatore che abbia fatto storcere il naso perché magari non ha reso quanto ci si aspettasse, in alcuni momenti della partita si potrebbe accusare i centrali di Trento di essere stati un po’ ingenui con il muro a opzione sui primi tempi per venire puntualmente infilati dalla pipe, ma con uno come De Cecco non puoi fare muro a lettura: De Cecco non si legge, punto.

I numeri finali condannano Trento in ricezione, ma sono anche sinonimo di grandi cojones per essere riusciti a portare lo stesso la partita al quinto (a proposito di cojones: se ve ne avanzano un paio Anzani gradirebbe visto che, immolandosi in difesa, li ha lasciati sul mondoflex). Parlando dei singoli, Giannelli lucido e preciso con pochissime sbavature, Russell tornato a pieno regime in attacco e con un’ottima tenuta in ricezione, Colaci che giganteggia e assoluto padrone della seconda linea perugina. I due allenatori si sono studiati e, se in gara 2 Lorenzetti aveva preso spunto da Bernardi spostando Giannelli in 4, in questo match Lollo Bernardi si è “Angelizzato” sostituendo Atanasijevic con Berger durante la P1 per togliere sì Russell dalla ricezione, ma soprattutto per avere un attaccante puro da posto 4.

E’ una serie giocata in perenne equilibrio tra genialità e tatticismo, impagabile per qualità e pathos. Significative le parole iniziali di Lorenzetti ai microfoni di Raisport: “Siamo al limite estremo”. Non sappiamo se sia vero, di sicuro questa Trento ha tirato fuori nelle settimane clou della stagione molto di ciò che aveva latitato in Regular Season: intraprendenza tattica, competitività, convinzione. Alla luce di quanto accaduto resta – forse – più squadra da one shot che da serie lunga, il rendimento è sempre troppo ad elastico e le difficoltà di tenuta in seconda linea sono evidenti, ma nessuno come la Diatec ha il potere di restare aggrappata al proprio agonismo, tentando sempre di superare il suddetto “limite estremo”.

Ci siamo divertiti. Ci divertiremo.

Trento-Verona, cronaca postuma del crocevia dell’Adige

Premessa.

Ho sognato Massimiliano Ambesi al commento della Superlega. Illustrava la vittoria per dispersione della Regular Season da parte di Perugia, l’altalenante Trento con i suoi consueti vuoti di sceneggiatura, le alzate a una mano enciclopediche di De Cecco e Giannelli, i 68 punti in due partite di Paul Buchegger con la moto.  La stagione invernale, suo territorio di – enorme – competenza, è praticamente conclusa, questo pezzo è un po’ dedicato a lui. E a chi spera che una telecronaca di alto profilo come la sua diventi consuetudine anche sui lidi della rete alta in mezzo.

Doveva essere lo scontro più aperto dei quarti playoff, lo è stato a tutti gli effetti, al netto della parziale sorpresa di Ravenna vincente in gara 2 contro la dominante Perugia degli ultimi sei mesi (a margine: Ravenna voto 8, per lo spauracchio, perché in Europa è ancora da corsa e per aver giocato un campionato con mezzo reparto bande in infermeria). Una tranquilla settimana in ufficio per le due contendenti, a giocarsi la permanenza in Europa e un’unica sedia in riva all’Adige sulla quale accomodarsi e aspettare lo sportivo (s’intende) cadavere dell’altra passare. Geograficamente controcorrente, ma nel rispetto delle gerarchie, su quella sedia ci si è seduta la Diatec.

La differenza di valori tra le due era sottile come il distacco che le divideva a fine Regular Season: Verona è partita a passo incerto nelle prime settimane, prima di trovare la continuità propria della perfetta quinta forza del campionato quale di fatto è stata, Trento è stata pervasa per tutta la stagione da una coltre di sufficienza e mediocrità spazzata via da sporadici lampi, che comunque non le hanno permesso di avvicinare nemmeno lontanamente il livello di Lube e – soprattutto – Perugia. Se il secondo posto dello scorso anno fu tutto sommato sorprendente (anche per il livello di gioco mostrato contro le dirette avversarie), il quarto di questa stagione suona male più per il modo in cui è arrivato che per la posizione in sé. I numeri non dicono tutto, ma se in sei scontri diretti con le prime due del lotto tra campionato, Supercoppa e Coppa Italia lo score recita zero punti e 2 set vinti contro 18 persi, una riflessione sull’oggettivo divario è spontanea.

Posto che di Vettori si è già detto, nonostante il nostro pare abbia dato timidi quanto altalenanti segnali di risveglio (con il tangibile contributo del Giannelli irreale di gara 3, ligio nel lavorarsi per un’ora buona l’attenzione del muro di Verona nell’ottica di aprire varchi più comodi al suo opposto), sposterei l’attenzione su quello che resta il pesante tallone d’Achille di Lorenzetti, ovvero la sua seconda linea.

Che De Pandis non potesse replicare le percentuali di Molfetta era scontato (il peso della posta in palio quest’anno è appena più alto, con tutto ciò che ne consegue, e non so quanto l’alternanza con Chiappa lo abbia oggettivamente aiutato), che Lanza e quel miracolo di traiettorie che è Uros Kovacević avessero qualche problemino di tenuta, anche. Nel mio piccolo, più che sulle preventivabili percentuali sporche qualche perplessità ce l’ho sulla mancanza di leadership quando si parla di bagher in campo trentino, sia esso ricettivo o difensivo (altra fase, la difesa, in cui si sono viste brutture difficilmente accettabili in una squadra di vertice). Magari a qualcuno che abita da qualche mese a Perugia fischiano le orecchie, magari di passato non si vive e le scelte umane servono per tirare fuori ciò che si era perso nella mancanza di stimoli; di fatto, qualche ingranaggio dietro la linea Maginot dei tre metri non funziona del tutto. Aggiungiamoci il fatto che Giannelli per girarsi il campo si è comprato un Ciao, e che lui e i centrali hanno cominciato a piacersi da poco, il sovraccarico sulle bande – Kovacevic in primis – e la troppa prevedibilità della trama di gioco sono state conseguenze inevitabili.

Dall’altra parte la Calzedonia Verona aveva una nuova possibilità per uscire dal pantano dei quarti di finale, traguardo già raggiunto più volte ma mai superato in Superlega: battuta sul filo di lana da Perugia nel 2016, evaporata dopo una splendida gara 1 a Modena lo scorso anno. Gli scaligeri in un fazzoletto di giorni a ritmi folli si sono giocati un intero anno da “vorrei ma non (so se) posso“.

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Quinta e appagata? Conoscendo il background di Nikola Grbić e lo strazio sfogato verso i suoi durante i time out si direbbe di no, ma la sensazione latente che lascia questa squadra è quella di chi si accontenta ma non osa di più.

Eppure l’occasione per scollinare l’ostacolo c’era, con un’avversaria piena di crepe tecnico-tattiche e con frequenti sparizioni di lucidità. L’asse sloveno Pajenk-Stern è stato il fulcro attorno al quale hanno girato un Luca Spirito sempre più adulto e consapevole nelle scelte, la sorprendente manualità di Manavi e la completezza tipicamente americana di Jaeschke. Dovessi scegliere, spenderei due parole in più per Toncek Stern: acquistato come ombra di Djuric e catapultato in campo a causa dell’infortunio del greco bosniaco, da quel campo probabilmente non ci sarebbe uscito nemmeno in caso di pieno recupero del titolare di posto 2. Insomma, butta giù una media di 20 palloni a partita, serve come un indemoniato, non balla la macarena come gran parte degli esterni a muro e risponde presente in copertura. Per farla breve, l’opposto ideale di Nikola Grbic. Sicuri di volere Boyer, eh?

Potenziale occasione, dicevamo. A una gara 1 straordinaria per qualità e incertezza del risultato, e che Trento ha fatto sua nel rush finale dopo aver rischiato la rimonta, ha fatto da contraltare una seconda sfida di puri nervi, con entrambe provenienti da risultati pessimi in Europa e consapevoli di dover vivere una settimana spalle al muro. L’ha spuntata Verona, aggrappandosi all’ultima porta rimasta aperta.

La Diatec, quella porta, l’ha poi chiusa sei giorni dopo, con una dimostrazione di autorità finora sconosciuta in stagione, dando l’illusione alla Calzedonia di poter rientrare in gara in un piccolo frangente di secondo set per poi affossarla definitivamente nel terzo.

Semi playoff sfumata, rimonta in Cev Cup mancata, Verona riparte dal purgatorio dei playoff per un posto in Challenge Cup. Non esattamente comodo come starsene su quella sedia in riva all’Adige.

Photo Credit: Bonalorephotos

È tempo di playoff!

Chiusa la Regular Season con il primo posto della Sir Safety Conad Perugia, iniziano le giostre dei playoff. Tra probabili montagne russe, case stregate, autoscontro e qualche calcinculo alla bisogna, per gara 1 dei quarti di finale scegliamo il Palapanini dove si affrontano Modena e Milano, due che hanno avuto una stagione talmente piena di infortuni da costringere le società ad affittare un ufficio del palazzetto all’INAIL per poter velocizzare le pratiche. Abbiamo scelto questa partita perché è una delle più interessanti fra i vari accoppiamenti e soprattutto per capire se e quanto i giocatori di entrambe le squadre hanno recuperato dagli acciacchi. Siamo qui per vedere se l’Azimut è entrata in clima playoff abbandonando l’atteggiamento tenuto in Superlega con le squadre di “seconda fascia”, abbracciando invece la fisiologia prepotente che l’ha contraddistinta contro le altre big in Regular Season. Siamo qui anche per vedere se la truppa guidata da Giani riuscirà a fare lo sgambetto a una delle Top4, come del resto ci ha abituato con le due nazionali – Slovenia prima, Germania poi – che ha guidato fino a oggi. Siamo qui perché il Palapanini è pur sempre il Tempio del Volley. No, non è vero. Siamo qui perché dove c’è Andrea Giani c’è La Sorellanza.

Lungi dal volervi annoiare con la fredda cronaca, preferendo concentrarci su un’analisi di più ampio respiro, iniziamo con uno spoiler: ha vinto Modena al quinto set (non credete a quello che scrivono alcuni giornali). È stata una partita lunga e strana, con alcune belle giocate a livello tecnico-tattico da entrambe le formazioni, intervallate da cose brutte (facili alzate del libero completamente sbagliate) e altre “divertenti”. A tal proposito segnaliamo Cebulj lisciare completamente un campanile alzato in 4, con la palla che lo prende in testa e va beatamente nel campo avversario e per par condicio Argenta, trovandosi nei pressi di una freeball a filo rete con Holt, schiaccia in testa all’americano, la palla carambola nel campo milanese e Modena si porta a casa uno dei punti più bizzarri della storia recente. Capitolo iinfermeria: Rado finalmente ha tutti gli uomini a disposizione (tranne Daniele Mazzone) anche se nel primo set vediamo distintamente scorrergli un brividino lungo la schiena quando Ngapeth si accascia a terra toccandosi la caviglia sinistra. Per fortuna niente di grave, pronta fasciatura e di nuovo in campo dal secondo set. Nonostante questo la sua squadra stenta a girare, tiene botta il solito Tine Urnaut che si sta dimostrando il più solido e costante del gruppo. Andrea Argenta è ancora “acerbo”, ma ha un gran carattere e il ragazzo sicuramente si farà e ci darà presto soddisfazioni in quel delicato ruolo che è l’opposto. Per i gialloblù, ai grossi problemi a muro, che nei primi due set non perviene, e a una ricezione altalenante e da rivedere, fa da contraltare una battuta con pochi errori (12 in cinque set) e tanta cassa (9 ace).

Anche in casa della Revivre Giani ha recuperato tutti gli infortunati anche se Sbertoli ancora non riesce a sviluppare il gioco a cui ci aveva abituati, tanto da venire sostituito nel secondo set. In verità l’allenatore meneghino ruota molto i suoi giocatori, contando su una rosa con valore più equilibrato rispetto ad altre squadre di Superlega. L’imperfetto timing al centro è sicuramente da sistemare, ma poco male, perché si sa che nel volley spesso sono le palle sbucciate quelle che cadono inesorabilmente a terra. Più costanti a muro rispetto all’avversario, i milanesi devono però cercare di essere più cinici nei finali di set, se vogliono realisticamente pareggiare il conto in gara 2.

Chiudiamo con un po’ di folklore: notiamo che i manicotti Yomo si stanno moltiplicando come fermenti lattici vivi, che Averill durante i time out si scalda murando mulini a vento come un Don Chisciotte qualsiasi – ma lui è Moschettiere e non lo sa – e che, soprattutto, il Palapanini si stringe in un lungo, meraviglioso abbraccio ad Andrea Giani per sostenerlo in questo momento per lui difficile. Abbraccio al quale tutte noi de La Sorellanza ci uniamo.

La Sorellanza

Photo Credits: Modena Volley

Modena Capitale, Perugia Bene o Male, anche.

Non vi voglio ammorbare con numeri e statistiche. Non ha senso per questo tipo di partita. Potrebbero collocarmi faziosamente da una parte come dall’altra, sia nel caso in cui dicessi che Perugia non vince contro Modena da ben 14 partite (contando anche l’amichevole del torneo di Gubbio, che per i Sirmaniaci, credetemi, CONTA), sia se facessi notare che tanto a questo punto dei giochi a Perugia non importa, guarda tutti dall’alto di un primo posto assicurato in Regular Season.
A discapito della mera statistica, conta tutto per chi è in campo e sugli spalti.

Modena viene da uno di quei periodi neri come la pece, in cui una sola catastrofe è l’inizio di un domino alla cui fine c’è Fabio Donadio che si toglie la giacca di Team Manager per rimettersi la divisa del libero. La Modena che il 17 dicembre 2017 aveva sconfitto Perugia tra le file del PalaEvangelisti era carica e diversa, al netto delle catastrofi e degli infortuni.
Per Perugia, invece, quant’è bella questa giovinezza di prospettive. E non è nemmeno vero che del doman non c’è certezza, perchè con due trofei stagionali nella bacheca di Gino Sirci, che non avrà vinto quanto Osmany Juantorena ma ce ne faremo tutti una ragione, forse non la certezza, ma il profumo di un triplete nell’aria si potrebbe cominciare a sentire

Eppure con Modena non riescono a spezzare la maledizione, e anche se per il momento la matematica è dalla loro parte, ci sarà un giorno in cui la matematica lascerà spazio al destino, grato o infame che dir si voglia. Ci sarà un momento in cui il lavoro sporco andrà fatto dalla parte di campo perugina, che nel particolare caso delle scorsa domenica non è riuscita ad approfittare del calo modenese nel secondo e quarto set. Portati al tie break per ballare tutti una splendida “paranza della battuta sbagliata”, e poi subire tantissimo da parte di Holt e Urnaut, MVP di grande merito. Anche i 30 punti di Atanasijević, l’opposto che vorrei se fossi ancora una palleggiatrice e l’opposto che Luciano De Cecco si merita, non sono riusciti a finalizzare il risultato. E nemmeno la spettacolarità di Max Colaci in difesa, Max che ha un viso diverso da quando gioca a Perugia, con la voglia di battere a tappeto quel campo che sprizza da ogni poro. Poco male Zaytsev e Russell, mai decisivi ma neanche indifferenti.
Dalla parte gialloblu un ottimo Bruno in distribuzione e difesa, granitici a muro i centrali Holt e Bossi, di cattiveria il giovane Argenta in posto 2 e un eccezionale Tine Urnaut, costante durante tutto il match. Ngapeth pervenuto come RDS nel Basso Polesine, a tratti.

Non sappiamo, a questo punto quando sarà il momento decisivo fra le due squadre, perchè nel gioco dei playoff o vinci o muori, sappiamo solo che quando arriveremo quel momento e se quel momento sarà una finale la soluzione per Perugia è solo una, per Modena invece 15, 16 o 17.

La Sorellanza

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