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I’m Not There

Non so chi di voi ha visto Io non sono qui, il film biografico – molto sui generis – sulla vita di Bob Dylan.

C’è una scena, nel capitolo dedicato alla “stella elettrica” Robbie Clark, nella quale il protagonista (il mai abbastanza rimpianto Heath Ledger) sale su una moto, la accende, parte, perde il controllo e si fracassa contro un muro, mentre Claire-Charlotte Gainsbourg lo prende amabilmente per il culo.

Ecco, immaginate per un attimo che la moto rappresenti allegoricamente la Diatec Trentino, e Luca Vettori nelle scomode vesti di Robbie Clark.

L’opposto di Parma non è ancora riuscito a domare la due ruote targata Diego Mosna, nonostante Lorenzetti abbia trovato un meccanico serbo e mancino abbastanza ferrato per provare a sistemarne il motore. Il ritorno da protagonista di un Uros Kovacević relativamente sano, oltre alla rincorsa verso i piani altissimi della Superlega, rappresenterebbe l’occasione per donare quel briciolo di calma in più a Vettori per mettere insieme i pezzi di una prima parte di stagione piena di ombre, capace com’è l’ex Verona di catalizzare su di sé gran parte delle uscite di palla di Giannelli.

Evidentemente, ancora non basta.

I volti conosciuti, siano essi noti al grande pubblico come a un gruppo quasi elitario come quello della pallavolo, divengono inevitabilmente oggetto di idealizzazione, specie se escono, ognuno a modo loro, dai binari dell’identificazione canonica che caratterizza lo sportivo medio. Vettori, in tal senso, è sempre stato fortemente identificato e idealizzato: intellettuale, introspettivo, intrigante, filosofo, idolo suo malgrado di una nutrita schiera di fans, appiccicargli un’etichetta è stato per molti sport nazionale e credo che il primo a non essere troppo contento di questa elevazione a santino sia proprio lui.

Prendendo atto dell’ovvietà, e parlando di fatti tangibili, il 2017 pallavolistico di Vettori poteva essere abbagliante, di fatto è stato la doppia freccia di un parcheggio in seconda fila, prima inghiottito dagli ultimi mesi in una Modena senza troppo mordente, poi dall’estate non felicissima della nazionale azzurra. La separazione tra lui e l’ambiente emiliano non ha dato l’impressione di essersi risolta consensualmente: Luchino ha salutato Modena su Facebook dedicandole un bellissimo testo, un po’ la sua Giugno ’73 di commiato; di contro, una parte della sua ex tifoseria non ha perso occasione di beccarlo nelle prime uscite in maglia trentina, costruendoci attorno pure un merchandising-sfottò nemmeno troppo underground. Per farla breve, non l’hanno presa proprio con un “E’ stato meglio lasciarci che non esserci mai incontrati”, eppure di giocatori che se ne vanno è pieno il mondo, qualcuno in passato mi diede l’impressione di separarsi in maniera ben peggiore (tipo Giba e Cuneo, tanto per fare un nome), ma si tratta di un astio che, nel mio non avere bandiera, rimane abbastanza inspiegabile. Me ne farò una ragione, e lui credo altrettanto.

Le menti riflessive sono più complicate da irregimentare, da piegare al volere di un pensiero unico. E’ altrettanto vero che le persone vanno conosciute, e noi Vettori non lo conosciamo, né abbiamo la pretesa di farlo da lontano; ciò che possiamo giudicare è ciò che vediamo, ascoltiamo, leggiamo. Di sicuro, Luchino è uno che pensa e non si adegua per partito preso. Come quando non si allineò, per esempio, alla richiesta fatta agli olimpionici di firmare per la candidatura di Roma ai Giochi del 2024 (fu l’unico, su 69 atleti, ad esprimere parere contrario).

Forse il Vettori sportivo non si è mai adeguato nemmeno a se stesso, a quello sguardo che non si scrolla mai di dosso un certo velo di tristezza. Il problema è che, ad oggi, non ha ancora trovato la chiave per adeguarsi a Trento: il girone di andata mediocre, le frequenti sostituzioni con il finora misconosciuto – almeno per questi livelli – Renee Teppan (a volte preferito in campo da Lorenzetti sin dall’inizio), le percentuali di realizzazione costantemente in picchiata. Tutto questo nonostante si percepisca dalla sua presenza una certa vena volitiva in copertura, una fase di gioco in cui, se escludiamo la qualità spesso non eccelsa degli appoggi, ha mostrato un sensibile miglioramento.

I tiepidi segnali di risveglio dopo il turno di Champions con l’Arkas Izmir e la trasferta di Castellana Grotte potevano essere il preludio per una Coppa Italia della svolta, ma Trento ci è arrivata malissimo, mentalmente prima ancora che tecnicamente, soggiogata dall’asfissiante trittico battuta-muro-difesa di Perugia e dal proprio smarrimento tattico, fattori che hanno ingabbiato anche il meraviglioso Kovacević da cinquanta punti in due partite immediatamente precedenti. Fatta eccezione per il primo set da orrore e raccapriccio, Vettori dalla semifinale non ne è nemmeno uscito troppo male, ma incapace di prendere possesso del centro nevralgico della distribuzione (anch’essa parecchio offuscata) di Giannelli.

Andrea Zorzi, in una splendida intervista che gli fece qualche mese fa, disse di lui che “non sai mai dov’è veramente”. Gli copio pari pari l’impressione in quanto la mia è esattamente la stessa: è come se il suo sguardo fosse sempre da un’altra parte, e non lo dico con accezione negativa, ma con la curiosità e l’interesse che inevitabilmente smuove questa sua percepita assenza. Nel video dell’intervista Vettori, in risposta ad un appunto di Zorzi che lo definisce un po’ rigido, dice che è come se a volte al suo stesso braccio mancasse l’immaginazione, come se si sentisse soffocato. Chissà, forse quella sensazione deriva proprio dalla riflessione, dalla costante elucubrazione mentale che non si scinde dallo scorrere della partita, dalle diverse forme di una mente sempre in movimento che soggioga l’immediatezza del gesto. Troppo poco “atleta in toto” per un solo pensiero alla volta.

A forza di essere vento: lo sport, il volley e l’essenza

Ho letto di recente due articoli bellissimi, che vorrei segnalarvi.

Il primo è un pezzo di Giorgio Terruzzi, racconta di come una certa intellighenzia si trinceri dietro il “non mi occupo di sport” come segno distintivo del proprio status sopraelevato. L’autore, sapientemente, ne smonta la tesi, abbracciando il concetto di sport come qualcosa di più profondo della banale attività fisica e di come sia, di fatto, qualcosa che attraversa trasversalmente la nostra esistenza.
Terruzzi mi trova totalmente d’accordo: facciamo sport anche senza accorgercene.
Senza contare che lo sport, a tutti i livelli possibili, produce storie di vita che valgono la pena di essere raccontate. La chiave sta tutta nel trovare il narratore giusto nel farlo (e la citazione di Walter Chiari, in tal senso, è significativa).

Il secondo è un post di uno dei mie blog di volley preferiti, Il Buco Dell’OrSono. Non conosco l’autore, ma lo ringrazio, perché in questa pagina di diario ha riassunto tutto ciò che attraversa chi la pallavolo la conosce, vive e respira ogni giorno: competizione, amicizia, complicità, separazione, dolore, rassegnazione, rinascita, memorabilità. E’ la storia di una vita passata sui campi di gioco più disparati, in mezzo all’umanità più disparata, unita e divisa da quella rete in mezzo che crea un invisibile filo elettrico che accende la psiche tanto quanto la logora. Ogni tanto lo rileggo, per ricordarmi dello sport come metafora della vita, come parte integrante ed importante, da praticante come da spettatore.

Ho pensato a tutto questo una sera di qualche settimana fa, entrando in quella che vent’anni fa fu, seppur per poco, la mia palestra di Under 14 e che dall’anno scorso ospita una squadra femminile di vertice in serie A2, la Battistelli San Giovanni in Marignano. L’evento di cartello è un match di campionato CSI maschile, nel mondo del volley da basso, a volte pure da bassi, nel “pozzo di piscio e cemento” di deandreiana memoria.

Riprendendo la pubblicazione su “Fuori Banda”, il giornale locale della polisportiva, il campionato CSI “è un campionato tosto in cui ogni partita diventa una battaglia dal risultato incerto, dove talento e tecnica si scontrano violentemente contro orde di barbari brutti, sporchi, cattivi e rancorosi“. Qui non ci sono shoesgate a monopolizzare attenzioni, né bacheche di trofei intercontinentali da sfoggiare, né polemiche presidenziali sul tenore delle toilette; le divise si lavano a casa, la preparazione atletica è sommaria e con tutta probabilità ad alto voltaggio alcolico.
Sulle maglie si sfoggiano hashtag identificativi di sicura creatività, ci sono liberi vestiti fluorescenti che si chiamano #Anas, fisicità ingombranti e articolazioni da reduci di guerra.
Il videocheck, ça va sans dire, più che morto non è proprio mai nato.

Eppure c’è il palleggiatore ospite, mano e girovita da Luciano De Cecco post-natalizio, che la palla in 4 non la sbaglia nemmeno bendato; c’è il muro dei padroni di casa che presenzia vispo nonostante una manovra non proprio fluida; ci sono i riflessi da gatto e i vuoti esistenziali che si alternano in difesa, così come la rosa dei giocatori nel corso dei tre set che bastano ai forestieri per chiuderla troppo presto rispetto a quanto auspicato dalla grande cornice di pubblico presente (quattro spettatori, ma promettiamo di migliorare).
Eppure in tutto questo c’è l’essenza, quella che in tv non arriva, quella che solo all’interno dei palazzetti può essere percepita, anche se di grandezza e popolarità infinitesimale rispetto alla Tauron Arena di Cracovia, anche se non ci si gioca un Mondiale per Club, anche se il giorno dopo la vita riprende a sottoporci le solite problematiche di comuni mortali.

E allora sì, occuparsi di sport, in qualsiasi modo lo si faccia, è tanto bello quanto necessario.
Alla faccia di qualsivoglia intellighenzia.

Buon Natale a tutti

Credits:

@ConsoliniVolleyMaschile

@terruzzigiorgio