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Perugia-Trento, l’infinita Bellezza

Credo che adesso io lo possa dire: in tempi non sospetti, ovvero alla chiusura del mercato a luglio, dissi che secondo me le due squadre che si sarebbero giocate lo scettro di Campioni d’Italia erano Perugia e Trento. Poi una gestione “scellerata” della regular season da parte di entrambe, la prima perché è stata un rullo compressore e la seconda perché ha viaggiato a carburazione magra, ha fatto sì che si incontrassero in semifinale. La vigilia di questa gara 3 è stata caratterizzata da un’ombra sul sestetto titolare della Sir perché, nonostante le rassicurazioni da parte di De Cecco stesso e della società sulle condizioni fisiche del giocatore, coinvolto in un incidente stradale lo scorso giovedì, un po’ di dubbi sul suo utilizzo e sulla sua tenuta c’erano. Di fatto l’unica esclusione eccellente è stata quella di Vettori in favore del giovane Teppan, scelta che poi si è rivelata azzeccata (ma va sottolineato che l’opposto emiliano soffriva di problemi alla schiena da poco prima del match di Champions di mercoledì a Civitanova).

Si parte in un clima infuocato, ma si sa ormai che il PalaEvangelisti è e sarà sempre così per tutti; in più, se durante gara 3 di quarti contro Ravenna si è scomodata la TV austriaca per seguire Berger, oggi abbiamo il team Redbull per un docufilm su Zaytsev (non me ne vogliate, ma gli ho fatto i complimenti sinceri per la genialata del trasferello). Inizia la partita e potrei fare una cronaca dei momenti chiave, snocciolare numeri e statistiche e scrivere il nome del mvp, ma non ci sono parole o numeri che possano descrivere la bellezza della partita, va vista e basta perché è stata uno spot bellissimo per questo sport, che paragono per emozioni e qualità soltanto a gara3 delle semifinali playoff del campionato 2014/2015, sempre fra loro due, sempre al quinto, quella del “debutto” nell’alta società dei playoff di Giannelli (e che debutto!).

Soprattutto, mi perdonerete se non mi vedrete mai fare fredda cronaca, questo perché fortunatamente mi faccio prendere dalla bellezza dei gesti tecnici e tattici, e preferisco godermi la sfida che perdermi ad appuntarmi numeri. Non c’è stato un singolo giocatore che abbia fatto storcere il naso perché magari non ha reso quanto ci si aspettasse, in alcuni momenti della partita si potrebbe accusare i centrali di Trento di essere stati un po’ ingenui con il muro a opzione sui primi tempi per venire puntualmente infilati dalla pipe, ma con uno come De Cecco non puoi fare muro a lettura: De Cecco non si legge, punto.

I numeri finali condannano Trento in ricezione, ma sono anche sinonimo di grandi cojones per essere riusciti a portare lo stesso la partita al quinto (a proposito di cojones: se ve ne avanzano un paio Anzani gradirebbe visto che, immolandosi in difesa, li ha lasciati sul mondoflex). Parlando dei singoli, Giannelli lucido e preciso con pochissime sbavature, Russell tornato a pieno regime in attacco e con un’ottima tenuta in ricezione, Colaci che giganteggia e assoluto padrone della seconda linea perugina. I due allenatori si sono studiati e, se in gara 2 Lorenzetti aveva preso spunto da Bernardi spostando Giannelli in 4, in questo match Lollo Bernardi si è “Angelizzato” sostituendo Atanasijevic con Berger durante la P1 per togliere sì Russell dalla ricezione, ma soprattutto per avere un attaccante puro da posto 4.

E’ una serie giocata in perenne equilibrio tra genialità e tatticismo, impagabile per qualità e pathos. Significative le parole iniziali di Lorenzetti ai microfoni di Raisport: “Siamo al limite estremo”. Non sappiamo se sia vero, di sicuro questa Trento ha tirato fuori nelle settimane clou della stagione molto di ciò che aveva latitato in Regular Season: intraprendenza tattica, competitività, convinzione. Alla luce di quanto accaduto resta – forse – più squadra da one shot che da serie lunga, il rendimento è sempre troppo ad elastico e le difficoltà di tenuta in seconda linea sono evidenti, ma nessuno come la Diatec ha il potere di restare aggrappata al proprio agonismo, tentando sempre di superare il suddetto “limite estremo”.

Ci siamo divertiti. Ci divertiremo.

Trento-Verona, cronaca postuma del crocevia dell’Adige

Premessa.

Ho sognato Massimiliano Ambesi al commento della Superlega. Illustrava la vittoria per dispersione della Regular Season da parte di Perugia, l’altalenante Trento con i suoi consueti vuoti di sceneggiatura, le alzate a una mano enciclopediche di De Cecco e Giannelli, i 68 punti in due partite di Paul Buchegger con la moto.  La stagione invernale, suo territorio di – enorme – competenza, è praticamente conclusa, questo pezzo è un po’ dedicato a lui. E a chi spera che una telecronaca di alto profilo come la sua diventi consuetudine anche sui lidi della rete alta in mezzo.

Doveva essere lo scontro più aperto dei quarti playoff, lo è stato a tutti gli effetti, al netto della parziale sorpresa di Ravenna vincente in gara 2 contro la dominante Perugia degli ultimi sei mesi (a margine: Ravenna voto 8, per lo spauracchio, perché in Europa è ancora da corsa e per aver giocato un campionato con mezzo reparto bande in infermeria). Una tranquilla settimana in ufficio per le due contendenti, a giocarsi la permanenza in Europa e un’unica sedia in riva all’Adige sulla quale accomodarsi e aspettare lo sportivo (s’intende) cadavere dell’altra passare. Geograficamente controcorrente, ma nel rispetto delle gerarchie, su quella sedia ci si è seduta la Diatec.

La differenza di valori tra le due era sottile come il distacco che le divideva a fine Regular Season: Verona è partita a passo incerto nelle prime settimane, prima di trovare la continuità propria della perfetta quinta forza del campionato quale di fatto è stata, Trento è stata pervasa per tutta la stagione da una coltre di sufficienza e mediocrità spazzata via da sporadici lampi, che comunque non le hanno permesso di avvicinare nemmeno lontanamente il livello di Lube e – soprattutto – Perugia. Se il secondo posto dello scorso anno fu tutto sommato sorprendente (anche per il livello di gioco mostrato contro le dirette avversarie), il quarto di questa stagione suona male più per il modo in cui è arrivato che per la posizione in sé. I numeri non dicono tutto, ma se in sei scontri diretti con le prime due del lotto tra campionato, Supercoppa e Coppa Italia lo score recita zero punti e 2 set vinti contro 18 persi, una riflessione sull’oggettivo divario è spontanea.

Posto che di Vettori si è già detto, nonostante il nostro pare abbia dato timidi quanto altalenanti segnali di risveglio (con il tangibile contributo del Giannelli irreale di gara 3, ligio nel lavorarsi per un’ora buona l’attenzione del muro di Verona nell’ottica di aprire varchi più comodi al suo opposto), sposterei l’attenzione su quello che resta il pesante tallone d’Achille di Lorenzetti, ovvero la sua seconda linea.

Che De Pandis non potesse replicare le percentuali di Molfetta era scontato (il peso della posta in palio quest’anno è appena più alto, con tutto ciò che ne consegue, e non so quanto l’alternanza con Chiappa lo abbia oggettivamente aiutato), che Lanza e quel miracolo di traiettorie che è Uros Kovacević avessero qualche problemino di tenuta, anche. Nel mio piccolo, più che sulle preventivabili percentuali sporche qualche perplessità ce l’ho sulla mancanza di leadership quando si parla di bagher in campo trentino, sia esso ricettivo o difensivo (altra fase, la difesa, in cui si sono viste brutture difficilmente accettabili in una squadra di vertice). Magari a qualcuno che abita da qualche mese a Perugia fischiano le orecchie, magari di passato non si vive e le scelte umane servono per tirare fuori ciò che si era perso nella mancanza di stimoli; di fatto, qualche ingranaggio dietro la linea Maginot dei tre metri non funziona del tutto. Aggiungiamoci il fatto che Giannelli per girarsi il campo si è comprato un Ciao, e che lui e i centrali hanno cominciato a piacersi da poco, il sovraccarico sulle bande – Kovacevic in primis – e la troppa prevedibilità della trama di gioco sono state conseguenze inevitabili.

Dall’altra parte la Calzedonia Verona aveva una nuova possibilità per uscire dal pantano dei quarti di finale, traguardo già raggiunto più volte ma mai superato in Superlega: battuta sul filo di lana da Perugia nel 2016, evaporata dopo una splendida gara 1 a Modena lo scorso anno. Gli scaligeri in un fazzoletto di giorni a ritmi folli si sono giocati un intero anno da “vorrei ma non (so se) posso“.

verona

Quinta e appagata? Conoscendo il background di Nikola Grbić e lo strazio sfogato verso i suoi durante i time out si direbbe di no, ma la sensazione latente che lascia questa squadra è quella di chi si accontenta ma non osa di più.

Eppure l’occasione per scollinare l’ostacolo c’era, con un’avversaria piena di crepe tecnico-tattiche e con frequenti sparizioni di lucidità. L’asse sloveno Pajenk-Stern è stato il fulcro attorno al quale hanno girato un Luca Spirito sempre più adulto e consapevole nelle scelte, la sorprendente manualità di Manavi e la completezza tipicamente americana di Jaeschke. Dovessi scegliere, spenderei due parole in più per Toncek Stern: acquistato come ombra di Djuric e catapultato in campo a causa dell’infortunio del greco bosniaco, da quel campo probabilmente non ci sarebbe uscito nemmeno in caso di pieno recupero del titolare di posto 2. Insomma, butta giù una media di 20 palloni a partita, serve come un indemoniato, non balla la macarena come gran parte degli esterni a muro e risponde presente in copertura. Per farla breve, l’opposto ideale di Nikola Grbic. Sicuri di volere Boyer, eh?

Potenziale occasione, dicevamo. A una gara 1 straordinaria per qualità e incertezza del risultato, e che Trento ha fatto sua nel rush finale dopo aver rischiato la rimonta, ha fatto da contraltare una seconda sfida di puri nervi, con entrambe provenienti da risultati pessimi in Europa e consapevoli di dover vivere una settimana spalle al muro. L’ha spuntata Verona, aggrappandosi all’ultima porta rimasta aperta.

La Diatec, quella porta, l’ha poi chiusa sei giorni dopo, con una dimostrazione di autorità finora sconosciuta in stagione, dando l’illusione alla Calzedonia di poter rientrare in gara in un piccolo frangente di secondo set per poi affossarla definitivamente nel terzo.

Semi playoff sfumata, rimonta in Cev Cup mancata, Verona riparte dal purgatorio dei playoff per un posto in Challenge Cup. Non esattamente comodo come starsene su quella sedia in riva all’Adige.

Photo Credit: Bonalorephotos

È tempo di playoff!

Chiusa la Regular Season con il primo posto della Sir Safety Conad Perugia, iniziano le giostre dei playoff. Tra probabili montagne russe, case stregate, autoscontro e qualche calcinculo alla bisogna, per gara 1 dei quarti di finale scegliamo il Palapanini dove si affrontano Modena e Milano, due che hanno avuto una stagione talmente piena di infortuni da costringere le società ad affittare un ufficio del palazzetto all’INAIL per poter velocizzare le pratiche. Abbiamo scelto questa partita perché è una delle più interessanti fra i vari accoppiamenti e soprattutto per capire se e quanto i giocatori di entrambe le squadre hanno recuperato dagli acciacchi. Siamo qui per vedere se l’Azimut è entrata in clima playoff abbandonando l’atteggiamento tenuto in Superlega con le squadre di “seconda fascia”, abbracciando invece la fisiologia prepotente che l’ha contraddistinta contro le altre big in Regular Season. Siamo qui anche per vedere se la truppa guidata da Giani riuscirà a fare lo sgambetto a una delle Top4, come del resto ci ha abituato con le due nazionali – Slovenia prima, Germania poi – che ha guidato fino a oggi. Siamo qui perché il Palapanini è pur sempre il Tempio del Volley. No, non è vero. Siamo qui perché dove c’è Andrea Giani c’è La Sorellanza.

Lungi dal volervi annoiare con la fredda cronaca, preferendo concentrarci su un’analisi di più ampio respiro, iniziamo con uno spoiler: ha vinto Modena al quinto set (non credete a quello che scrivono alcuni giornali). È stata una partita lunga e strana, con alcune belle giocate a livello tecnico-tattico da entrambe le formazioni, intervallate da cose brutte (facili alzate del libero completamente sbagliate) e altre “divertenti”. A tal proposito segnaliamo Cebulj lisciare completamente un campanile alzato in 4, con la palla che lo prende in testa e va beatamente nel campo avversario e per par condicio Argenta, trovandosi nei pressi di una freeball a filo rete con Holt, schiaccia in testa all’americano, la palla carambola nel campo milanese e Modena si porta a casa uno dei punti più bizzarri della storia recente. Capitolo iinfermeria: Rado finalmente ha tutti gli uomini a disposizione (tranne Daniele Mazzone) anche se nel primo set vediamo distintamente scorrergli un brividino lungo la schiena quando Ngapeth si accascia a terra toccandosi la caviglia sinistra. Per fortuna niente di grave, pronta fasciatura e di nuovo in campo dal secondo set. Nonostante questo la sua squadra stenta a girare, tiene botta il solito Tine Urnaut che si sta dimostrando il più solido e costante del gruppo. Andrea Argenta è ancora “acerbo”, ma ha un gran carattere e il ragazzo sicuramente si farà e ci darà presto soddisfazioni in quel delicato ruolo che è l’opposto. Per i gialloblù, ai grossi problemi a muro, che nei primi due set non perviene, e a una ricezione altalenante e da rivedere, fa da contraltare una battuta con pochi errori (12 in cinque set) e tanta cassa (9 ace).

Anche in casa della Revivre Giani ha recuperato tutti gli infortunati anche se Sbertoli ancora non riesce a sviluppare il gioco a cui ci aveva abituati, tanto da venire sostituito nel secondo set. In verità l’allenatore meneghino ruota molto i suoi giocatori, contando su una rosa con valore più equilibrato rispetto ad altre squadre di Superlega. L’imperfetto timing al centro è sicuramente da sistemare, ma poco male, perché si sa che nel volley spesso sono le palle sbucciate quelle che cadono inesorabilmente a terra. Più costanti a muro rispetto all’avversario, i milanesi devono però cercare di essere più cinici nei finali di set, se vogliono realisticamente pareggiare il conto in gara 2.

Chiudiamo con un po’ di folklore: notiamo che i manicotti Yomo si stanno moltiplicando come fermenti lattici vivi, che Averill durante i time out si scalda murando mulini a vento come un Don Chisciotte qualsiasi – ma lui è Moschettiere e non lo sa – e che, soprattutto, il Palapanini si stringe in un lungo, meraviglioso abbraccio ad Andrea Giani per sostenerlo in questo momento per lui difficile. Abbraccio al quale tutte noi de La Sorellanza ci uniamo.

La Sorellanza

Photo Credits: Modena Volley

Modena Capitale, Perugia Bene o Male, anche.

Non vi voglio ammorbare con numeri e statistiche. Non ha senso per questo tipo di partita. Potrebbero collocarmi faziosamente da una parte come dall’altra, sia nel caso in cui dicessi che Perugia non vince contro Modena da ben 14 partite (contando anche l’amichevole del torneo di Gubbio, che per i Sirmaniaci, credetemi, CONTA), sia se facessi notare che tanto a questo punto dei giochi a Perugia non importa, guarda tutti dall’alto di un primo posto assicurato in Regular Season.
A discapito della mera statistica, conta tutto per chi è in campo e sugli spalti.

Modena viene da uno di quei periodi neri come la pece, in cui una sola catastrofe è l’inizio di un domino alla cui fine c’è Fabio Donadio che si toglie la giacca di Team Manager per rimettersi la divisa del libero. La Modena che il 17 dicembre 2017 aveva sconfitto Perugia tra le file del PalaEvangelisti era carica e diversa, al netto delle catastrofi e degli infortuni.
Per Perugia, invece, quant’è bella questa giovinezza di prospettive. E non è nemmeno vero che del doman non c’è certezza, perchè con due trofei stagionali nella bacheca di Gino Sirci, che non avrà vinto quanto Osmany Juantorena ma ce ne faremo tutti una ragione, forse non la certezza, ma il profumo di un triplete nell’aria si potrebbe cominciare a sentire

Eppure con Modena non riescono a spezzare la maledizione, e anche se per il momento la matematica è dalla loro parte, ci sarà un giorno in cui la matematica lascerà spazio al destino, grato o infame che dir si voglia. Ci sarà un momento in cui il lavoro sporco andrà fatto dalla parte di campo perugina, che nel particolare caso delle scorsa domenica non è riuscita ad approfittare del calo modenese nel secondo e quarto set. Portati al tie break per ballare tutti una splendida “paranza della battuta sbagliata”, e poi subire tantissimo da parte di Holt e Urnaut, MVP di grande merito. Anche i 30 punti di Atanasijević, l’opposto che vorrei se fossi ancora una palleggiatrice e l’opposto che Luciano De Cecco si merita, non sono riusciti a finalizzare il risultato. E nemmeno la spettacolarità di Max Colaci in difesa, Max che ha un viso diverso da quando gioca a Perugia, con la voglia di battere a tappeto quel campo che sprizza da ogni poro. Poco male Zaytsev e Russell, mai decisivi ma neanche indifferenti.
Dalla parte gialloblu un ottimo Bruno in distribuzione e difesa, granitici a muro i centrali Holt e Bossi, di cattiveria il giovane Argenta in posto 2 e un eccezionale Tine Urnaut, costante durante tutto il match. Ngapeth pervenuto come RDS nel Basso Polesine, a tratti.

Non sappiamo, a questo punto quando sarà il momento decisivo fra le due squadre, perchè nel gioco dei playoff o vinci o muori, sappiamo solo che quando arriveremo quel momento e se quel momento sarà una finale la soluzione per Perugia è solo una, per Modena invece 15, 16 o 17.

La Sorellanza

Photo Credits: Modena Volley

I’m Not There

Non so chi di voi ha visto Io non sono qui, il film biografico – molto sui generis – sulla vita di Bob Dylan.

C’è una scena, nel capitolo dedicato alla “stella elettrica” Robbie Clark, nella quale il protagonista (il mai abbastanza rimpianto Heath Ledger) sale su una moto, la accende, parte, perde il controllo e si fracassa contro un muro, mentre Claire-Charlotte Gainsbourg lo prende amabilmente per il culo.

Ecco, immaginate per un attimo che la moto rappresenti allegoricamente la Diatec Trentino, e Luca Vettori nelle scomode vesti di Robbie Clark.

L’opposto di Parma non è ancora riuscito a domare la due ruote targata Diego Mosna, nonostante Lorenzetti abbia trovato un meccanico serbo e mancino abbastanza ferrato per provare a sistemarne il motore. Il ritorno da protagonista di un Uros Kovacević relativamente sano, oltre alla rincorsa verso i piani altissimi della Superlega, rappresenterebbe l’occasione per donare quel briciolo di calma in più a Vettori per mettere insieme i pezzi di una prima parte di stagione piena di ombre, capace com’è l’ex Verona di catalizzare su di sé gran parte delle uscite di palla di Giannelli.

Evidentemente, ancora non basta.

I volti conosciuti, siano essi noti al grande pubblico come a un gruppo quasi elitario come quello della pallavolo, divengono inevitabilmente oggetto di idealizzazione, specie se escono, ognuno a modo loro, dai binari dell’identificazione canonica che caratterizza lo sportivo medio. Vettori, in tal senso, è sempre stato fortemente identificato e idealizzato: intellettuale, introspettivo, intrigante, filosofo, idolo suo malgrado di una nutrita schiera di fans, appiccicargli un’etichetta è stato per molti sport nazionale e credo che il primo a non essere troppo contento di questa elevazione a santino sia proprio lui.

Prendendo atto dell’ovvietà, e parlando di fatti tangibili, il 2017 pallavolistico di Vettori poteva essere abbagliante, di fatto è stato la doppia freccia di un parcheggio in seconda fila, prima inghiottito dagli ultimi mesi in una Modena senza troppo mordente, poi dall’estate non felicissima della nazionale azzurra. La separazione tra lui e l’ambiente emiliano non ha dato l’impressione di essersi risolta consensualmente: Luchino ha salutato Modena su Facebook dedicandole un bellissimo testo, un po’ la sua Giugno ’73 di commiato; di contro, una parte della sua ex tifoseria non ha perso occasione di beccarlo nelle prime uscite in maglia trentina, costruendoci attorno pure un merchandising-sfottò nemmeno troppo underground. Per farla breve, non l’hanno presa proprio con un “E’ stato meglio lasciarci che non esserci mai incontrati”, eppure di giocatori che se ne vanno è pieno il mondo, qualcuno in passato mi diede l’impressione di separarsi in maniera ben peggiore (tipo Giba e Cuneo, tanto per fare un nome), ma si tratta di un astio che, nel mio non avere bandiera, rimane abbastanza inspiegabile. Me ne farò una ragione, e lui credo altrettanto.

Le menti riflessive sono più complicate da irregimentare, da piegare al volere di un pensiero unico. E’ altrettanto vero che le persone vanno conosciute, e noi Vettori non lo conosciamo, né abbiamo la pretesa di farlo da lontano; ciò che possiamo giudicare è ciò che vediamo, ascoltiamo, leggiamo. Di sicuro, Luchino è uno che pensa e non si adegua per partito preso. Come quando non si allineò, per esempio, alla richiesta fatta agli olimpionici di firmare per la candidatura di Roma ai Giochi del 2024 (fu l’unico, su 69 atleti, ad esprimere parere contrario).

Forse il Vettori sportivo non si è mai adeguato nemmeno a se stesso, a quello sguardo che non si scrolla mai di dosso un certo velo di tristezza. Il problema è che, ad oggi, non ha ancora trovato la chiave per adeguarsi a Trento: il girone di andata mediocre, le frequenti sostituzioni con il finora misconosciuto – almeno per questi livelli – Renee Teppan (a volte preferito in campo da Lorenzetti sin dall’inizio), le percentuali di realizzazione costantemente in picchiata. Tutto questo nonostante si percepisca dalla sua presenza una certa vena volitiva in copertura, una fase di gioco in cui, se escludiamo la qualità spesso non eccelsa degli appoggi, ha mostrato un sensibile miglioramento.

I tiepidi segnali di risveglio dopo il turno di Champions con l’Arkas Izmir e la trasferta di Castellana Grotte potevano essere il preludio per una Coppa Italia della svolta, ma Trento ci è arrivata malissimo, mentalmente prima ancora che tecnicamente, soggiogata dall’asfissiante trittico battuta-muro-difesa di Perugia e dal proprio smarrimento tattico, fattori che hanno ingabbiato anche il meraviglioso Kovacević da cinquanta punti in due partite immediatamente precedenti. Fatta eccezione per il primo set da orrore e raccapriccio, Vettori dalla semifinale non ne è nemmeno uscito troppo male, ma incapace di prendere possesso del centro nevralgico della distribuzione (anch’essa parecchio offuscata) di Giannelli.

Andrea Zorzi, in una splendida intervista che gli fece qualche mese fa, disse di lui che “non sai mai dov’è veramente”. Gli copio pari pari l’impressione in quanto la mia è esattamente la stessa: è come se il suo sguardo fosse sempre da un’altra parte, e non lo dico con accezione negativa, ma con la curiosità e l’interesse che inevitabilmente smuove questa sua percepita assenza. Nel video dell’intervista Vettori, in risposta ad un appunto di Zorzi che lo definisce un po’ rigido, dice che è come se a volte al suo stesso braccio mancasse l’immaginazione, come se si sentisse soffocato. Chissà, forse quella sensazione deriva proprio dalla riflessione, dalla costante elucubrazione mentale che non si scinde dallo scorrere della partita, dalle diverse forme di una mente sempre in movimento che soggioga l’immediatezza del gesto. Troppo poco “atleta in toto” per un solo pensiero alla volta.

A forza di essere vento: lo sport, il volley e l’essenza

Ho letto di recente due articoli bellissimi, che vorrei segnalarvi.

Il primo è un pezzo di Giorgio Terruzzi, racconta di come una certa intellighenzia si trinceri dietro il “non mi occupo di sport” come segno distintivo del proprio status sopraelevato. L’autore, sapientemente, ne smonta la tesi, abbracciando il concetto di sport come qualcosa di più profondo della banale attività fisica e di come sia, di fatto, qualcosa che attraversa trasversalmente la nostra esistenza.
Terruzzi mi trova totalmente d’accordo: facciamo sport anche senza accorgercene.
Senza contare che lo sport, a tutti i livelli possibili, produce storie di vita che valgono la pena di essere raccontate. La chiave sta tutta nel trovare il narratore giusto nel farlo (e la citazione di Walter Chiari, in tal senso, è significativa).

Il secondo è un post di uno dei mie blog di volley preferiti, Il Buco Dell’OrSono. Non conosco l’autore, ma lo ringrazio, perché in questa pagina di diario ha riassunto tutto ciò che attraversa chi la pallavolo la conosce, vive e respira ogni giorno: competizione, amicizia, complicità, separazione, dolore, rassegnazione, rinascita, memorabilità. E’ la storia di una vita passata sui campi di gioco più disparati, in mezzo all’umanità più disparata, unita e divisa da quella rete in mezzo che crea un invisibile filo elettrico che accende la psiche tanto quanto la logora. Ogni tanto lo rileggo, per ricordarmi dello sport come metafora della vita, come parte integrante ed importante, da praticante come da spettatore.

Ho pensato a tutto questo una sera di qualche settimana fa, entrando in quella che vent’anni fa fu, seppur per poco, la mia palestra di Under 14 e che dall’anno scorso ospita una squadra femminile di vertice in serie A2, la Battistelli San Giovanni in Marignano. L’evento di cartello è un match di campionato CSI maschile, nel mondo del volley da basso, a volte pure da bassi, nel “pozzo di piscio e cemento” di deandreiana memoria.

Riprendendo la pubblicazione su “Fuori Banda”, il giornale locale della polisportiva, il campionato CSI “è un campionato tosto in cui ogni partita diventa una battaglia dal risultato incerto, dove talento e tecnica si scontrano violentemente contro orde di barbari brutti, sporchi, cattivi e rancorosi“. Qui non ci sono shoesgate a monopolizzare attenzioni, né bacheche di trofei intercontinentali da sfoggiare, né polemiche presidenziali sul tenore delle toilette; le divise si lavano a casa, la preparazione atletica è sommaria e con tutta probabilità ad alto voltaggio alcolico.
Sulle maglie si sfoggiano hashtag identificativi di sicura creatività, ci sono liberi vestiti fluorescenti che si chiamano #Anas, fisicità ingombranti e articolazioni da reduci di guerra.
Il videocheck, ça va sans dire, più che morto non è proprio mai nato.

Eppure c’è il palleggiatore ospite, mano e girovita da Luciano De Cecco post-natalizio, che la palla in 4 non la sbaglia nemmeno bendato; c’è il muro dei padroni di casa che presenzia vispo nonostante una manovra non proprio fluida; ci sono i riflessi da gatto e i vuoti esistenziali che si alternano in difesa, così come la rosa dei giocatori nel corso dei tre set che bastano ai forestieri per chiuderla troppo presto rispetto a quanto auspicato dalla grande cornice di pubblico presente (quattro spettatori, ma promettiamo di migliorare).
Eppure in tutto questo c’è l’essenza, quella che in tv non arriva, quella che solo all’interno dei palazzetti può essere percepita, anche se di grandezza e popolarità infinitesimale rispetto alla Tauron Arena di Cracovia, anche se non ci si gioca un Mondiale per Club, anche se il giorno dopo la vita riprende a sottoporci le solite problematiche di comuni mortali.

E allora sì, occuparsi di sport, in qualsiasi modo lo si faccia, è tanto bello quanto necessario.
Alla faccia di qualsivoglia intellighenzia.

Buon Natale a tutti

Credits:

@ConsoliniVolleyMaschile

@terruzzigiorgio